itorniamo indietro nel tempo e proviamo ad immedesimarci in un arciere realmente vissuto nel Medioevo. All’epoca, l’uso corretto del suo arco poteva significare la vita o, al contrario, la morte. L'arco era infatti necessario per procurare il cibo di tutti i giorni, con la caccia, ma anche arma per difendere la propria persona, in pace come in guerra. Appare evidente che l’utilizzo di un’arma così determinante per la sopravvivenza dovesse richiedere un lungo allenamento e che ogni arciere dovesse sottoporsi ad una completa autoanalisi per rilevare i propri punti di forza e quelli di debolezza, sia fisici che mentali. Doveva sfruttare ed evidenziare le proprie caratteristiche migliori e cancellare i propri punti deboli, che avrebbero significato una veloce morte in battaglia. Fortunatamente noi non ci troviamo più in condizioni così estreme e la nostra vita non dipende ovviamente più da una freccia, ma abbiamo compreso l’importanza della lezione lasciataci in eredità e non abbiamo rinunciato alla ricerca di noi stessi. La tecnica di tiro si tramuta così in disciplina, non imposta dall'esterno, ma dettata dalla necessità di sopravvivere. Ed anche qui, magicamente, le regole tecniche applicate si desumono dall'uomo e si trasformano in tecnica di tiro. Solo così si riesce a capire perché affreschi ed arazzi mostrino certe cose ed altre no. La tecnica non è freddo materiale da manuale, ma nasce dal plasmarsi del gesto sopra la fisiologia umana, con in mente un unico scopo: l'efficienza. Impossibile, altrimenti, piegare gli archi superiori alle 60 libbre, usualmente utilizzati. Non vi è nulla da inventare, fintanto che una mano avrà cinque dita di diversa lunghezza e l'uomo due braccia ed una testa. Anzi, l'apprendimento della tecnica di tiro è più che altro un "levare" gesti inutili da un movimento che è nascosto "geneticamente" nell'essere umano, che necessita solo di essere riportato alla luce. Stimolare questa rinascita è il compito del maestro. E' necessario utilizzare un arco per tutto ciò. Certo che no. Ma gli Arcieri nel Tempo pensano che, in fondo, l’uomo non è cambiato, nelle sue caratteristiche peculiari, dalla comparsa dell'homo sapiens e se un pezzo di legno ricurvo poteva servire allora come mezzo di ricerca di sé, non vediamo perché non utilizzarlo anche oggi. Il nostro messaggio, quindi, è tutt’altro che anacronistico, anzi di un’incredibile modernità all’apertura di un nuovo millennio dove l’uomo ha perso il contatto con le sue radici e col proprio corpo e sembra stentare ad indirizzarsi nel percorrere il suo cammino quotidiano.