l ruolo che i Normanni ebbero nelle viciende medievali non possono certo essere riassunte in poche pagine web. La profonda capacità di assimilare novità fece si che questo popolo si trovò a governare tre quarti del mondo allora conosciuto con buon senso quando non addirittura con illuminazione. Già abbiamo avuto modo di trattare di loro nelle vicende inerenti l'Inghilterra, ora proviamo a darne un immagine più allargata cercando di spiegare i motivi del loro successo. Proprio l'affermarsi di questo popolo nei confini italiani fa sì che usi e costumi normanni vengano assimilati anche nella nostra penisola in maniera capillare ed è per ciò che gli Arcieri nel Tempo traggono continuo spunto dalla loro storia. Tutte le immagini che corredano le seguenti pagine sono nostre fotografie, raccolte nelle varie manifestazioni che ricalcano fedelmente quanto di volta in volta verremo ad illustrare.

I - GLI UOMINI DEL NORD
II - UN "LOMBARDO" ALLA PRIMA CROCIATA
III - ARMAMENTI DELLE FORZE CROCIATE






I - Gli uomini del Nord

n monaco dell’abbazia di Montecassino, scrivendo una cronaca degli anni a cavallo del Mille, raccontò che quaranta Normanni, di ritorno da un pellegrinaggio a Gerusalemme, passarono per caso da Salerno e la trovarono assediata dai Saraceni. Chiesero al principe Guaimaro, padrone della città, armi e cavalli, furono esauditi e ottennero una splendida vittoria. “Dicono i Normanni d’aver combattuto soltanto per amor di Dio e della Fede, continua la cronaca, rifiutano i doni e vogliono ripartire. Allora il Principe, spedisce in Normandia aranci, mandorle, noci candite, dorate armature equestri per allettare quella gente a venire nel paese dove si producevano tante squisitezze.”
 
Naturalmente le cose erano andate in maniera assai diversa. Ma non c’è da meravigliarsi che i cronisti del tempo le abbiano viste in una luce da chanson de geste perché l’impresa normanna, malgrado i suoi lati mercenari, fu effettivamente una chanson de geste, e anzi l’unica che si sia svolta in Italia. Ma i suoi protagonisti non erano italiani. Normanni erano chiamati, genericamente, gli uomini del Nord, cioè gli scandinavi. Ma fra di loro essi si chiamavano Vichinghi, che vuol dire “guerrieri”. Sciamavano in cerca di preda a bordo di esili navigli, arrivarono dappertutto, in Inghilterra, in Francia, in Islanda, in Groenlandia, e perfino in America del Nord. Analfabeti e pagani, furono fra gli ultimi, in Europa, a convertirsi al Cristianesimo. Nel IX secolo abbiamo già visto un loro gruppo istallarsi in quella provincia francese, che d’allora in poi doveva portare il loro nome: la Normandia. Ma nemmeno quando ebbero a disposizione le pingui campagne normanne e gli sbocchi della Senna, del Rodano e della Loira per rifugio delle loro flotte corsare, diventarono dei sedentari. La legge del maggiorascato che imponeva la trasmissione di titoli e patrimoni di primogenito in primogenito, creava ad ogni nuova generazione una folla di diseredati cadetti, disponibili per qualsiasi avventura. Essi dovevano sbalordire il mondo per la loro forza conquistatrice, per la loro adattabilità a tutte le latitudini, e per la rapidità con cui assimilarono ai popoli vinti e si persero in mezzo ad essi. Uno andò in Inghilterra, la sottomise e ne divenne Re. Altri finirono in Russia e vi fondarono i primi e più forti potentati.
Un gruppo, ai primi del Mille, scese in Italia, forse per andare in pellegrinaggio a Gerusalemme, o vi fece sosta tornandone. O forse vi furono chiamati come mercenari dal Papa, o da qualche principotto del Sud. Pandolfo di Capua si allea ora con Bisanzio, ora con l’Impero, e li tradisce entrambi. La stessa tecnica seguono il Duca di Napoli, Sergio, e Guaiamro di Salerno. Nemmeno i raids mussulmani riescono a mettere d’accordo questi turbolenti signorotti. E lo scompiglio dischiude le più allettanti prospettive a uomini di ventura come i Normanni che non combattevano affatto – come diceva l’ingenuo cronista di Montecassino – per amor di Dio e della Fede, ma per cupidigia di terre, castelli e titoli nobiliari.
Il loro primo capo fu Rainulfo Drengot che, dopo aver combattuto contro Pandolfo, ottenne in ricompensa da Sergio le terre e la contea di Aversa. Fu il focolaio dell’infezione, cominciarono a piovere sempre più numerosi nel Sud. Muovevano dal natio paesello in piccole bande che arrivavano decimate perché per strada si dovevano guadagnare il pane arruolandosi nelle guerricciole che trovavano sul loro itinerario. In compenso, li aspettava un titolo e un podere perché Rainulfo li promuoveva subito baroni e col loro aiuto slargava i confini del proprio feudo. La metastasi fu rapida anche perché i Normanni italiani restarono fedeli al principio del maggiorascato che, concentrando titoli e patrimonio sul primogenito, imponeva ai cadetti di costruirsi la propria fortuna. Dal Lazio al Gargano fu un fiorire di castelli normanni, un brulichio di compagnie di ventura agli ordini di quegli spericolati capitani pronti a battersi contro qualunque nemico per una fattoria.
 
Un giorno arrivarono, tutt’insieme, sei fratelli che, dal loro villaggio di origine, si chiamarono Hauteville, in Italiano Altavilla. Erano figli di un nobile spiantato che, provvedutili di uno scudo e di una lancia, gli aveva detto: “E ora arrangiatevi”. Si arrangiarono così bene che dopo pochi anni Guglielmo, detto Braccio di Ferro, era già Signore di Melfi e di Ascoli Piceno, Drogone di Venosa, Ulfredo di Mottola e Castellaneta. Ma la carriera più brillante la fecero gli ultimi due, Roberto e Ruggero che, oltre alle doti militari, mostrarono anche un autentico genio politico. Roberto detto il Guiscardo debuttò come capo brigante al servizio dei signorotti pugliesi tuttora in rivolta contro i Bizantini. A Roma, il papa Leone IX aveva seguito dapprima con favore le brillanti imprese di Roberto perché ai suoi occhi ormai i bizantini rappresentavano gli “eretici”. Ma il Guiscardo dimostrò quanti pochi scrupoli di ortodossia si facesse, impadronendosi anche di alcuni territori pontifici. Egli teneva il Papa nello stesso conto in cui teneva i Signori pugliesi e calabresi che lo avevano assoldato e ch’egli spodestò uno dopo l’altro, compreso Gisulfo di Salerno che, per propiziarselo, gli aveva dato in moglie la figlia. Roberto si prese la ragazza, ma come dote reclamò e incamerò tutto il patrimonio. Così, salvo Napoli, rimase padrone di Calabria, Puglia e Campania. Leone gli mosse guerra mettendosi egli stesso alla testa dell’esercito. Fu battuto e catturato. Roberto, invece, oltre che del generale, aveva la stoffa dell’uomo politico. Trattò il prigioniero come ospite, se ne accattivò le simpatie, e lo rimandò a morire a Roma. Il nuovo pontefice Nicola II riconobbe il fatto compiuto, e nominò Roberto duca di Calabria.
Nel frattempo Ruggero, visto che suo fratello non aveva bisogno di lui per assicurare alla famiglia tutto lo stivale dalla Ciociaria in giù, aveva imboccato la strada della Sicilia. L’isola era ormai una provincia musulmana di pieno diritto, governata da una dinastia arabo-sicula, i Kalbiti, saggi e illuminati amministratori. Ma proprio in quegli anni l’unità che essi avevano instaurato si era rotta. Bentumne, signore di Siracusa, in lotta contro l’emiro di Agrigento, chiamò i Normanni, e Ruggero scese alla loro testa, ben deciso a ripetere coi Saraceni il giuoco che suo fratello aveva fatto coi Duchi pugliesi. I Saraceni però capirono subito che sproposito avevano fatto ad assoldare quei mercenari. Ma l’epopea ha in realtà qualcosa di prodigioso, che l’avvicina a quelle delle Crociate. La conquista di Messina, la “lunga marcia” su Castrogiovanni, le battaglie del Dittàino e di Cerami sono davvero altrettante chanson de geste. Anche dopo la capitolazione di Palermo nel 1072, gli Arabi seguitarono a resistere nel montagnoso cuore dell’isola. Ci vollero altri vent’anni di rastrellamenti e d’imboscate prima che Ruggero, con la presa di Noto e Bufera, si sentisse definitivamente padrone.
Nello spazio di una generazione, gli Altavilla, venuti in Italia a fare i soldati di ventura, avevano messo insieme un regno, destinato a restare per ottocento anni la più stabile potenza italiana.
Il racconto della loro avventura continua, una nuova occasione si presenta e loro la cavalcarono subito.
 
Nel 1088, riferisce una vecchia cronaca, un pellegrino di ritorno dalla Terra Santa, Pietro l’Eremita, portò al papa Urbano una lettera di Simeone, Patriarca di Gerusalemme.
In termini drammatici, vi si descrivevano le persecuzioni dei musulmani contro il gregge cristiano e s’invoca l’aiuto di Roma. L’idea di una spedizione in Terra Santa per la conquista della patria di Gesù aveva già tentato altri Pontefici. Silvestro II, che da buon tedesco amava programmare in grande, ne aveva bandita una che, mal preparata e diretta, era abortita in Siria subito dopo il Mille. Gregorio VII ne avrebbe certamente lanciata un’altra, se la lotta con Enrico IV glielo avesse consentito. Ma forse a rendere allettante l’appello ci furono anche altri motivi.
Il primo era di carattere strategico. Sebbene i suoi Califfi fossero ormai dediti più alle arti che alla guerra, l’Islam incombeva sempre dal Medio Oriente, dall’Africa e dalla Spagna, come una minaccia sull’Europa cristiana.
Un secondo motivo fu probabilmente di concorrenza con la Chiesa greco-ortodossa. Questa sarebbe stata discreditata agli occhi di tutti i cristiani, se i Luoghi Santi, che pure le appartenevano, fossero stati liberati in nome di quella cattolica. Nelle guerre di religioni, lo scismatico, si sa, è più odiato dell’infedele. E in questo caso, combattendo l’uno, si debellava l’altro.
Un terzo motivo erano le ambizioni delle Repubbliche Marinare italiane, Genova, Pisa, Amalfi, ma soprattutto Venezia che, già padrone del Mediterraneo occidentale, volevano diventarlo anche di quello orientale, tuttora dominato dalle flotte musulmane. Erano in giuoco i commerci fra l’Est e l’Ovest: la più ghiotta delle poste.
Ma naturalmente nessuna di queste sollecitazioni fece capolino nell’infiammata oratoria di Urbano. Quel Papa francese era un grandissimo tribuno e conosceva i suoi polli. Bisognava quindi presentarla come voluta da Dio e senz’altro obbiettivo che di rendere servizio a Lui.
Nel 1095, a un concilio di Vescovi a Piacenza, i messi di Bisanzio chiesero a nome dell’Imperatore Alessio l’aiuto dell’Occidente contro i Selgiuchi. Era già un trionfo morale per il cattolicesimo. Urbano sostenne vigorosamente la richiesta e se ne fece il portavoce. Per tutto l’anno, instancabilmente, batté l’Italia e la Francia predicando la Crociata dai pulpiti di tutte le chiese. Quando il Concilio Ecumenico si riunì a Clermont Ferrand per le decisioni definitive, migliaia di persone accorsero da ogni parte, piantarono le tende, e attesero.
Urbano diede il grande annuncio a una vasta folla inginocchiata. Descrisse a tinte apocalittiche le persecuzioni musulmane contro i fratelli cristiani di Gerusalemme. Ricordò ai francesi, stuzzicandone l’orgoglio, che essi erano i figli prediletti del Signore. Rammentò loro l’antica epica lotta contro l’Islam di Spagna, Carlomagno, Rolando, il sangue di Roncisvalle che tuttora aspettava un vendicatore. Qualcosa di più grande, disse, vi aspetta: la liberazione del Santo Sepolcro e insieme quella delle vostre coscienze dai peccati che le macchiano. Chiunque si arruoli per questa impresa, concluse, si è guadagnato il Regno dei Cieli. La folla inginocchiata rispose: “Dieu li volt”, Dio lo vuole. Urbano seguitò a predicare per mesi e mesi, suscitando proprio una febbre da Crociata. Essa snidò dai loro conventi monaci ed eremiti che accorsero per rivestire l’uniforme dettata da Urbano, e d’altronde molto somigliante al loro saio: una specie di sacco con cappuccio e una croce disegnata sul petto. Perfino Roma, di solito così renitente a questi fervori e suggestioni, stavolta ne fu contagiata e accolse Urbano, al suo ritorno, con oceaniche e deliranti manifestazioni. Urbano aveva rimandato all’anno dopo la partenza per dar tempo ai capi di elaborare un piano. Ma bande impazienti mossero per conto proprio, e mezza Europa ne fu messa a soqquadro.
Una turba di 12.000 persone prese avvio nel marzo sotto la guida di Gualtiero Senza denaro (e il nome dice tutto) e Pietro l’Eremita, colui che aveva portato la lettera di Simeone a Urbano. Un’altra di 5.000 partì dalla Germania al comando del prete Gottschalk. Una terza scese dalla Renania, sotto i vessilli del Conte di Leiningen. Non avevano servizi logistici, né oro, né idee chiare sugl’itinerari da percorrere. Alla vista di Praga, chiesero se quella era Costantinopoli. La risposta negativa li deluse e irritò, anche perché non avevano più nulla da mangiare. Trattarono ugualmente la città come se fosse stata preda bellica, e per giustificarsene di fronte a Dio gl’immolarono le comunità ebraiche: tanto, erano “infedeli” anche quelli.
Come Dio volle, questa nuvola di cavallette raggiunse Costantinopoli. Alessio si mise le mani nei capelli, e per disfarsene mobilitò la flotta per traghettare oltre il Bosforo gl’incomodi alleati. Ma quei disperati, forse a corto di vettovaglie, marciarono ugualmente su Nicea. La guarnigione turca non ebbe difficoltà a aggirarli e annientarli. Gualtiero fu ucciso. Fra i pochi scampati ci fu Pietro l’Eremita che, deluso e disgustato, piantò tutto e tornò a casa.
Frattanto l’esercito vero si era ammassato. Fra i suoi capi non c’era nessuno dei grandi Sovrani d’Europa, né Filippo I di Francia, né Guglielmo II d’Inghilterra, né l’imperatore Enrico IV, anche perché tutti per una ragione o per l’altra scomunicati. C’era il duca Goffredo di Buglione, c’era in conte Boemondo di Taranto, figlio di Roberto il Guiscardo, c’era suo nipote Tancredi d’Altavilla, c’era il conte Raimondo di Tolosa. Mezzo monaco e mezzo soldato, Goffredo era convinto che l’unico modo di guadagnarsi il paradiso fosse quello di spedire all’inferno quanti più infedeli si poteva. E questo fanatismo fece di lui un capo crudele e in molti casi ottuso. Boemondo non aveva, quanto a coraggio e sagacia militare, nulla di invidiare a suo padre Roberto. Ma più che a liberare il Santo Sepolcro, pensava da buon normanno a procurarsi un Reame in Palestina. Tancredi era forse il meno calcolatore. A lui piaceva l’avventura per l’avventura e aveva tutto per diventarne il protagonista: l’atletica bellezza, la spavalderia, la generosità, la teatralità. E’ giusto che il Tasso ne abbia fatto l’Eroe del suo problema. Quanto a Raimondo, che aveva già combattuto contro i musulmani in Spagna, la sua pietà era in continua lotta con l’avarizia, e non sempre ne usciva trionfante. Forse era questa contraddizione che lo rendeva così spigoloso e irascibile.
Non erano più di 30 mila uomini, ma trovarono un valido aiuto nelle rivalità che dividevano il campo nemico. La vecchia dinastia araba dei Fatimidi, ch’era stata rovesciata dai Selgiuchi. Fece il giuoco dei Crociati, e l’Armenia si ribellò alleandosi con loro. Nicea si arrese dopo breve assedio, e di lì la marcia riprese su Antiochia. Un esercito turco fu battuto in una sanguinosa battaglia. Ma il nemico più duro non era quello. Erano il caldo e la sete che gli europei incontrarono sulle petraie dell’Asia Minore. Era luglio, e bisognava battere cinquecento miglia in quel deserto, su cui furono seminati molti cadaveri di uomini, di donne e di cavalli. Sul Tauro sembrò che l’impresa dovesse arenarsi per dissoluzione. Raimondo, Boemondo e Goffredo si spartirono l’Armenia, ognuno badando a occupare la propria fetta e a fondarvi un Reame. Baldovino, fratello di Goffredo, si appropriò Emessa e vi fondò il primo Principato Latino dell’Est. Ma la truppa mostrò tale malcontento verso i suoi capi, che costoro ricomposero i ranghi e ripresero la marcia.
Chiusa nelle sue mura, Antiochia resistette per otto mesi. Tuttavia i disagi avevano abbattuto il morale. Sicchè, quando giunse notizia dell’imminente arrivo di un’armatura turca, molti Crociati disertarono. L’Imperatore Alessio, che accorreva di rinforzo col suo esercito, incontrò questi sbandati, credette che fossero i resti di una battaglia già persa, e tornò indietro per difendere l’Asia Minore. I Crociati non cedettero all’equivoco, lo presero per un tradimento, e non glielo perdonarono. Essi frattanto erano rimasti vincitori grazie a due miracoli, uno vero e uno finto. Il primo fu la resa di Antiochia pochi giorni prima che l’armata turca arrivasse. Il secondo fu quello inscenato da un prete di Marsiglia, Bartolomeo, che per ridare fiducia ai suoi disse di aver trovato la lancia che aveva trafitto Gesù. Alla vista di quella reliquia, i Crociati ritrovarono il loro impeto aggressivo e riportarono una vittoria decisiva. Solo dopo ci ripensarono e accusarono di fronte Bartolomeo, che chiese la prova del fuoco per dimostrare la sua innocenza. Si gettò correndo dentro una pira e ne riemerse apparentemente salvo. Ma l’indomani mattina lo trovarono stecchito nel suo giaciglio.
 
Non erano più di 12 mila i Crociati che nel luglio del 1099, dopo tre anni di campagna, si accamparono sotto le mura di Gerusalemme.
I difensori – un migliaio d’uomini in tutto – resistettero quaranta giorni. Poi capitolarono. “E allora – riferisce un testimone oculare, Raimondo di Agiles, famoso per il suo zelo e la sua pietà – si videro cose meravigliose. I musulmani furono decapitati, o trafitti di frecce, o gettati giù dalle torri. Altri furono torturati per giorni e giorni, e poi bruciati. Le strade erano lastricate di teste, di mani e di piedi mozzi.” Queste cose meravigliose durarono fino a consumazione completa dei 70 mila abitanti di Gerusalemme, ivi compresi gli Ebrei. Costoro furono ammassati e arrostiti dentro le sinagoghe. Poi i Crociati si riunirono nella grotta del Santo Sepolcro che aveva ospitato i resti del Signore venuto al mondo per predicare la misericordia, e lì piansero di gioia sentendosi finalmente degni di Lui. Goffredo di Buglione, che di quei masnadieri era certamente il migliore, diventò in pratica il padrone di Gerusalemme in qualità di “difensore del Santo Sepolcro”. Onorò il suo titolo battendo un’armata araba venuta alla riscossa, e lo lasciò al fratello Baldovino che gli preferì quello di Re. Questo “Regno Latino di Gerusalemme” durò fino al 1143, diviso in quattro Principati: Gerusalemme, Antiochia, Emessa e Tripoli, che si resero sempre più autonomi sino a farsi delle piccole guerre tra loro.
Quelli che a noi interessano sono soprattutto gli effetti che la Crociata ebbe sulla politica, sulla società e sul costume dell’Occidente, e specialmente dell’Italia.
Il primo e più immediato fu l’apertura del Mediterraneo orientale alle flotte e ai traffici di Venezia e di Genova. Con uno scarso contributo di navi per i servizi logistici della Crociata, le due Repubbliche avevano fatto un grosso affare. I Cavalieri che partirono per la Terrasanta si erano arruolati sotto le bandiere di Cristo, un Cristo per la prima volta militare e conquistatore. La loro lealtà andava prima di tutto a Lui e a chi lo rappresentava in terra, cioè si spostava dall’autorità laica a quella ecclesiastica. Un secondo vantaggio la Chiesa lo trasse sul piano economico. Essa si era assunta il compito di reclutare l’esercito e di organizzare i servizi. Per procurarsene i mezzi, il clero aveva reclamato e ottenuto dalle autorità temporali il diritto di tassare la popolazione. Non ci andò con mano leggera. Da questo momento infatti gli specialisti di diritto canonico cominciano a elaborare la teoria della “guerra giusta”. Per essere giusta, una guerra bastava che fosse dichiarata o sostenuta dal Papa. La Crociata fu insomma un grosso trauma. I reduci ne tornarono con un concetto della civiltà musulmana assai diverso da quello con cui erano partiti. In molte cose l’avevano trovata superiore e più tollerante di quella cristiana e en importarono in Europa le testimonianze: il compasso, l’arte della stampa e del vetro, i tappeti, le spezie.



II - Un "Lombardo" alla prima crociata

crociati avevano cinto d’assedio Nicea il 14 maggio 1097 e da settimane si stavano inutilmente accanendo contro le sue formidabili mura allorché si presentò ai comandanti dell’esercito “un tale, di nazione longobardo, maestro e inventore di grandi arti e opere”. “Vedo – egli disse – che le macchine da voi allestite si affaticano invano, molti dei vostri cadono sotto le mura, e anche gli altri corrono grave pericolo”: nessuno strumento, infatti, riusciva ad intaccare le fortificazioni della città “fondate dall’astuzia degli antichi”. Se si vorrà dare ascolto ai suoi consigli – proseguì il “Longobardo” – fornire i mezzi necessari e promettere un premio adeguato, egli si dichiarava in grado di abbattere la torre in oggetto sino allora di inutili sforzi. Ottenuto quanto richiedeva, il “maestro d’arte”, senza perdere tempo, “connette parti inclinate e adatta graticci di verghe” costruendo così un “mirabile strumento” in grado di resistere alle frecce, al fuoco e alle pietre lanciate dai difensori turchi; sotto tale protezione si adopera “con i rimanenti suoi operai”, a minare le fondamenta della fortezza finché, incendiati i sostegni di legno predisposti, la torre precipita nella notte con rumore di tuono. Il risultato raggiunto non fu di per sé sufficiente a determinare in modo diretto la conquista della città, ma giovò molto a rinsaldare il morale dell’intera spedizione, e quindi al conseguimento del successo finale.
Vi è però un ulteriore elemento da tenere ben presente: un conto è parlare di Lombardi poiché tali termini sono ben lontani dall’essere puri sinonimi, come tranquillamente cedettero tutti coloro che si sono serviti del passo in questione: nel periodo delle conquiste normanne in Italia, e sino al secolo XII, vengono indicati con l’appellativo di Lombardi coloro che abitano nella valle del Po, mentre sono detti Longobardi coloro che provengono dalla “Longobardia minor”, cioè dall’Italia meridionale.
 
Per limitarci ai cronisti della prima crociata, ecco ad esempio attestato che il 30 luglio 1096 Pietro l’Eremita, giungendo a Costantinopoli, vi trova “Lumbardos et Langobardos”, i quali si separarono di lì a poco. L’anonimo autore dell’ Historia designa con assoluta sicurezza come Longobardi i Normanni d’Italia al seguito di Boemondo d’Altavilla; Alberto d’Aquisgrana indica, è vero, come Longobardi tutti gli Italiani indistintamente, ma è fuori dubbio che all’assedio di Nicea non erano presenti Lombardi del nord Italia, i quali giunsero nella zona delle operazioni soltanto più tardi, mentre vi si trovavano sicuramente Goffredo e Boemondo di Altavilla con i loro uomini. I Normanni al loro arrivo in Italia – si è scritto – non avrebbero conosciuto la poliorcetica, la scienza della guerra d’assedio, poiché i primi assedi da loro intrapresi duravano mesi e anni, e solo in seguito essi acquisirono abilità in tale genere di azioni. Proviene infatti sicuramente dalla biblioteca dei re normanni un codice del cosiddetto Erone di Bisanzio contenente appunto una compilazione Sulle macchine da guerra, si tratta di una silloge di testi tratti da Ateneo, Bitone, Erone di Alessandria, Filone di Bisanzio e soprattutto da Apollodoro di Damasco; un vero e proprio manuale corredato da illustrazioni, le quali erano di indubbia, grande importanza per consentire la riproduzione pratica dei meccanismi descritti. Di raccolte simili poterono servirsi gli “ingegnosissimi artefici” chiunque fossero – che operavano al seguito di Altavilla. Grazie ai costanti rapporti intrattenuti fra i Normanni migrati in Italia e i loro compatrioti rimasti in Normandia, le acquisizioni poliorcetiche messe a punto nell’Italia meridionale non tardarono ad essere trasmesse e utilizzate sulle sponde dell’Atlantico. Se, come attesta un autore coevo, nel 1066 alla conquista d’Inghilterra parteciparono Pugliesi, Calabresi e Siciliani, non stupiscono gli aggiornati procedimenti d’assedio messi in campo da Guglielmo il Conquistatore nella presa di Londra, né l’attività svolta in Normandia, negli ultimi decenni dello stesso secolo, da quel Roberto di Belléme “di ingegno sottile nel costruire edifici e macchine, e artefice ingegnoso in altri ardui lavori”.
Si può ben dire quindi che, al tempo della prima crociata, la tecnologia militare non viaggiava unicamente da est ad ovest, ma anche nella direzione opposta; risulta quindi del tutto normale che un “Longobardo” proveniente dall’Italia meridionale avesse qualcosa da insegnare agli altri Europei che agivano in Terrasanta, reimpostando anzi nella stessa Bisanzio antiche pratiche uscite dall’uso.



III - Armamenti delle forze crociate

a maggior parte del loro equipaggiamento militare era importata dall’Europa e probabilmente arrivava dall’Italia, o per mezzo di mercanti italiani.
È raro trovare informazioni specifiche sull’equipaggiamento della fanteria ma i poemi della Chanson de geste del periodo, parlano costantemente di protezioni per i piedi in maglia, di gisarme, asce dal manico lungo, di asce “danesi”, che probabilmente avevano pesanti lame con raffi, di mazze, di faussars, che potrebbero essere state le prime forme di falchions a un solo filo, di picche, giavellotti, archi e balestre.
Il pregiudizio dei cavalieri europei nei confronti dell’arte del tiro con l’arco è stato probabilmente un po’ enfatizzato, anche se l’uso della balestra in guerra invece che nella caccia, era considerato come una minaccia sociale e militare. Nel 1139 il Concilio Lateranense Pontificio cercò di bandire l’uso in guerra della balestra e forse anche dell’arco ordinario, eccetto per quando essi erano impiegati contro gli “infedeli”. Sembra che le prime balestre fossero in legno di alburno e necessitassero di una maggiore tensione rispetto alle versioni medievali. Archi a costruzione composta, molto più vantaggiosi nel rapporto peso-potenza, furono incorporati nelle balestre nel tardo XII secolo, ma non sappiamo bene quando questa idea raggiunse gli Stati latini. L’arco composto mediorientale e la balestra composta europea erano costruiti in modi totalmente differenti e ciò dimostra l’assenza di una influenza diretta del primo sulla seconda.
Le macchine per l’assedio a disposizione degli Stati latini erano fondamentalmente le stesse di quelle utilizzate dai musulmani. Fondifles erano le fionde, probabilmente del tipo a mazza, mentre i principali strumenti lancia-sassi erano i manganelli e i perieres o petraria. Il trabucco, un apparecchio a contrappeso pienamente sviluppato, era una macchina incredibile. Il termine periere, o petraria, era utilizzato in modo meno preciso ma spesso si riferiva a macchine a trosione, come gli strumenti lancia-pietre degli antichi romani. La vetreria turquesa (macchina lancia-sassi turca) che risale circaal 1202 d.C., era senza dubbio uno strumento a torsione, probabilmente simile alla ballista, analoga alla macchina simile alla balestra conosciuta nell’Islam.