l Padre Santo, volendo con la fuga salvare la propria vita, si rifugiò dentro una città chiamata Civitate, inseguitolo i Normanni si misero ad assediarlo. Perfidissimi gli abitanti senza chiedere alcuna garanzia a favore dell’incolumità del Papa, per la loro salvezza, lo cacciarono fuori dalle porte.
Accoltolo con la riverenza dovuta alla Santa Sede di Roma, i Normanni con grande devozione gli si prosternarono ai piedi chiedendogli perdono e anzi, in tutta umiltà continuarono a rendergli onore per tutto il tragitto fino ai luoghi in cui il suo esercito aveva fissato il suo accampamento.

Accettando con gioia questi loro benevoli sentimenti a lui dovuti, il Pontefice accordò ad essi per le offese ricevute l’indulgenza e la benedizione; di tutti i territori che avevano conquistato, e tutti quelli che i seguito avrebbero potuto conquistare, concesse inoltre ad essi e ai loro eredi il possesso sotto forma di investitura. Nel momento del ritorno del Papa a Roma, il nostro Signore lo accompagnò con tutti gli onori fino a dove lui volle. Concesso il permesso di rientrare, il nostro Signore tornò e trovò tutta la regione tranquilla. Con l’aiuto di Dio il nostro Signore ingaggia dei costruttori raccogliendoli da ogni parte e getta le fondamenta di una chiesa e la porta a termine. Egli ripristinò i sacri precetti, e nella chiesa parlò ai suoi uomini: “Gioite felici esprimete il vanto meritato per questo titolo di onore! E levate alte le insegne con i colori del Padre Santo e da ora anche le vostre.” Questo accadeva nell’anno del Signore 1054.







’onore dei Normanni cresceva di giorno in giorno e i fortissimi cavalieri, fanti e arcieri si moltiplicavano di giorno in giorno come numero e in destrezza, così che la pace fu stabile, divisero altre terre già conquistate tra loro che erano di buona volontà, in pace di buona concordia.
Le loro terre erano fertili e copiose di frutti e la gente cresceva e si moltiplicava lodando il nome del Signore Nostro Gesù Cristo che è vera fonte di ogni gioia e di ogni ricchezza in questa vita come nell'altra.



uesto popolo fortissimo,
che nell’estremità della Francia aveva il suo potente Duca, ricevette l’ordine di nostro Signore di tornare con gli uomini in arme. Il Duca Guglielmo radunò centomila cavalieri, diecimila fanti e centinaia di arcieri di cui noi col nostro signore ne facevamo numero e così disse il Duca: “Cavalieri originari della nobile Francia, giovinezza rinomata, scelta e favorita da Dio, la cui fama vittoriosa si è estesa ai quattro angoli del mondo! E voi uomini di Bretagna il cui onore si manifesta nelle zone di guerra che non potreste indietreggiare a meno che la terra stessa, sprofondando, non vi trascinasse! Uomini del Maine, illustri per il vostro vigore, gloriosi per le vostre prodezze in guerra! Genti di Calabria, di Puglia, dal temperamento ardente! Normanni avvezzi alle azioni clamorose! Per quanto ricco sia l’usurpatore egli non è in grado di dare ai suoi uomini la speranza di conquistare ciò che mi appartiene.
Io invece posso promettere a coloro che mi seguiranno una parte dei beni che sono legittimamente di mia proprietà nella grande isola di Inghilterra e che attualmente Aroldo detiene ingiustamente.”



Il nostro Signore ci raccontò del Duca Guglielmo e dell’usurpatore Aroldo, del giusto e di chi ha usurpato, del vecchio re che in grazia di Dio scelse Guglielmo come successore, capimmo che nel giusto dovevamo seguire il Duca e il nostro Signore e noi gli giurammo fedeltà.




Con grandi moltitudini di navi attraversammo il mare e dopo lo sbarco apparve nel cielo per molto tempo una meravigliosa stella cometa grande come la luna, nefasto presagio per l’uomo che era maledetto perché usurpatore.






ontro costui andò primamente il Duca Guglielmo con la forte cavalleria, poi oscurammo il sole con le nostre frecce, che uccisero molti inglesi e una colpì l’usurpatore in un occhio e morì. La battaglia in breve fu nostra, il Duca dopo, prima lo dice e dopo lo fa, si siede sul trono inglese reale e con la vittoria corona l’impresa nell’anno del Signore 1066. Il grande Duca Guglielmo chiese ora al nostro signore di lasciare parte dei buoni arcieri e il nostro signore concesse questo, e parte di noi segui il gran duca per portare la pace nelle terre del nord della grande isola. Il gran duca donò la testa del drago del nemico sconfitto al fine di onorare le nostre insegne il nostro signore lo accettò orgogliosamente come segno di grande gratitudine e vittoria.







ornato con noi nelle sue terre fu da tutti i potenti chiamato duca e lui si preparò ad allargare i suoi domini. In tutta la Puglia non v’era città che non fosse superata da Bari in prosperità. Egli assedia questa città ricca e forte con l’intenzione di seminare terrore per evitare scontri sanguinosi. Il Duca manda a chiedere ai cittadini di consegnare la città, ma i baresi oppongono al Duca un orgoglioso rifiuto.








gli attacca con forza i coraggiosi abitanti della città che resistono senza indietreggiare negli scontri. Essi, combattendo, mettono in fuga alcuni, altri abbattono con i loro colpi; come di solito accade in guerra, ora prevale il nemico, ora viene sopraffatto, ora attacca, ora viene attaccato, e torna all’assalto, ora ferisce, ora è ferito. I Normanni attaccano aspramente ma non meno aspramente si difendono i cittadini; diverse macchine vengono avvicinate alle mura per creare una breccia ed aprire ai Normanni l’accesso alla città.







’era a Bari un soldato venuto da fuori, che un tempo aveva ricevuto dal nostro Duca una grande offesa, era pronto ad ogni misfatto, volubile, iracondo e audace. I baresi lo incaricano di introdursi con uno stratagemma nell’accampamento del nostro Duca, di sorprenderlo di notte e ucciderlo trafiggendolo con la punta della lancia mortale. Il soldato esce di notte, scruta da ogni parte dell’accampamento, giunge fino all’alloggiamento del Duca. Il Duca viene a cenare, il soldato vede il seggio del Duca seduto a mensa, scaglia la lancia ma l’eccessiva abbondanza di vino bevuto aveva fatto chinare al Duca il capo sotto la tavola, per cui la lancia trova il posto vuoto e vano risulta il colpo scagliato.







l soldato fugge a Bari; per tutta la città si diffonde la voce che il Duca è morto. Se ne rallegrano i cittadini e tutto il popolo festante leva grida fino alle stelle. Ma mentre quelli gridano, ecco che sopraggiunge il Duca, testimoniando di persona la propria incolumità. Udita la voce del Duca la loro gioia si spegne con le sue parole. Il Duca ordinò l’attacco, il lancio di frecce e fuoco era talmente intenso, che nessuno dalla città aveva il coraggio di respingere i nemici, infatti chiunque per difendersi metteva fuori un braccio senza la protezione dell’armatura, subito veniva inesorabilmente colpito da una freccia mentre tutto attorno bruciava.

I Baresi, delusi e terrorizzati non poterono contrastare ulteriormente i nemici, si arresero e stipularono un’alleanza con il Duca nell’anno del Signore 1071. Ora il nostro Duca pensava all’isola di Sicilia, due vantaggi intravvedeva in questa impresa uno di carattere spirituale e l’altro materiale, riportare quella terra a Dio e liberarla dagli idolatri miscredenti e aggiungere domini al suo ducato. Ma ora si ferma il mio racconto, vecchio stanco mi debbo fermare.
Ma questa storia, una volta tornati dall’impresa, la continuerà un altro Arciere raccontando nel Tempo le nuove imprese.