pesso ci sentiamo raccontare che la forza delle nazioni emergenti dipende dalla loro capacità di fondere culture diverse. Esistono varie popolazioni che hanno tratto le loro peculiarità proprio dalla conciliazione di influenze apparentemente antitetiche. Qualche volta "noi europei" ci affrettiamo a dare giudizi affrettati sul fatto che sia importante mantenere la propria identità storica e la propria cultura, salvaguardando la diversità nell'unione. Si tratta certo di una verità incontrovertibile se vediamo la realtà cogliendone la sua istantaneità. Ma è possibile congelare un concetto così polimorfo in un attimo? Quello che invece la realtà storica ci insegna è invece il mondo va avanti fregandosene bellamente di ciò che noi pensiamo in questo istante. Se ci pigliassimo la briga di andare a vedere da dove proviene la nostra cultura, ci accorgeremmo che essa è una variopinta pizza ogni volta reinventata integrando le culture più varie. Grazie a questa ricchezza la Cultura Italiana è oggi sinonimo di classe e raffinatezza. Uno degli elementi che ha arricchito l'Italia, spesso ignorato dai più, è l'elemento normanno che gli Arcieri nel Tempo ricostruiscono nelle loro attività. Vi fu un preciso momento storico in cui fu deciso che gli italiani non avrebbero più fatto a meno di questo elemento. Questo momento, come spesso nella storia italiana, fu sancito dal placet papale. Per ricordare questo evento riportiamo il seguente brano tratto da JOHN JULIUS NORWICH - I Normanni nel Sud - Mursia.

eone stava tornando in Germania, per rivolgere un urgente appello a Enrico III, mentre insieme all'Imperatore celebrava le feste natalizie a Worms, nel 1052, egli riuscì ad ottenere da questi il riconoscimento ufficiale della sovranità pontificia su Benevento ed altri territori nell'Italia meridionale. Ma, in seguito agli intrighi di un suo vecchio oppositore, il vescovo Gebeardo di Eichstatt, l'esercito che Enrico aveva, con riluttanza, messo a disposizione di Leone venne richiamato in patria prima ancora che giungesse ai confini con l'Italia e al papa non rimase altra alternativa che reclutarne uno per conto suo. Fortunatamente egli aveva con sé il suo cancelliere e bibliotecario, Federico, fratello del duca di Lorena; questo prete guerriero - che fu in seguito anche lui papa, con il nome di Stefano IX - riuscì a mettere insieme un corpo di fanteria ben addestrato e composto di settecento svevi che costituì il nerbo dell'esercito. Scendendo lungo l'Italia nella primavera del 1053, l'esercito continuò ad ingrossarsi come una palla di neve. Ecco la descrizione che ne fa il Gibbon: "Nel corso della lunga avanzata da Mantova a Benevento, una ignobile e promiscua moltitudine di italiani veniva arruolata sotto il sacro stendardo; il prete e il ladro dormivano sotto la stessa tenda; alla testa dell'esercito le picche e le croci si mescolavano; e il santo marziale, nel dare ordini di marcia, di accamparsi, di combattimento, ripeteva lezioni imparate in gioventù". Sta di fatto, però, che quando giunse a Benevento, ai primi di giugno, era numericamente assai superiore alle forze che potevano mettere in campo i normanni; inoltre, i vari principi dell' Italia meridionale, di altre stirpi, si erano nuovamente raccolti sotto lo stendardo pontificio. Leone, proseguendo nel suo viaggio verso il Meridione, aveva preso contatto con Argirio ed aveva deciso di ricongiungersi con le forze bizantine vicino a Siponto nella Puglia settentrionale. I normanni seguivano attentamente la sua avanzata. Erano consci che la loro situazione era ora più pericolosa di quanto non fosse mai stata da quando, trentasei anni addietro, i primi di loro erano giunti in Italia. A loro vantaggio avevano unicamente la loro formidabile reputazione militare: coraggio, coesione, disciplina; e le loro spade affilate. Riccardo di Aversa, radunati tutti i suoi guerrieri, aveva già raggiunto Umfredo; Roberto il Guiscardo era giunto dal cuore della Calabria, conducendo seco una forza militare considerevole. Si può dire che, a parte alcune guarnigioni inamovibili, l'esercito ora riunito era composto di tutti gli uomini di stirpe normanna che si trovavano nell'Italia meridionale. Le colonne normanne si snodavano attraverso le montagne e già nella pianura pugliese. Il primo obiettivo, ovviamente, era quello di impedire a Leone di ricongiungersi ai bizantini. Giungendo a Troia, i normanni piegarono verso nord e il 17 giugno 1053, lungo le rive del Fortore, nei pressi di Civitate, si trovarono faccia a faccia con l'esercito papale. Il racconto della battagli di Civitate è uno degli episodi meglio documentati di tutta la storia dei normanni nel Sud. I cronisti più importanti, da parte normanna, ne davano un resoconto dettagliato e tutti dicono la stessa cosa. Più sorprendente è la conferma, pressoché unanime, di queste versioni da parte di fonti germaniche e pontificie, compresa una lettera indirizzata all'imperatore Costantino dallo stesso Leone IX.

 
é l'una, né l'altra parte aveva fretta di dar battaglia: Il papa voleva aspettare l'arrivo dei bizantini, mentre i normanni, per quanto spregiudicati, erano sinceramente preoccupati, perciò, inviarono una delegazione a Leone, sottoponendogli umilmente il loro caso ed offrendogli il loro omaggio. Ma non servì a nulla. Gli alti teutoni dalla lunga chioma bionda canzonarono i normanni per la loro bassa statura……. Si fecero attorno al papa e con arroganza gli intimarono: "Comanda ai normanni di abbandonare l'Italia, di deporre qui le loro armi e di far ritorno alla terra da dove sono venuti. Se si rifiutano, allora non accettare le loro proposte". I normanni ripartirono, addolorati di non aver potuto concludere la pace, e riferirono ai loro le altere risposte dei germanici. Così la mattina seguente, nella piccola piana che si apre alla confluenza del Fortore con il suo affluente, lo Staina, ebbe inizio la battaglia. Papa Leone asserisce - e non si può mettere in dubbio la sua parola - che il primo attacco avvenne quando erano ancora in corso dei negoziati; bisogna però ricordare che egli cercava con ogni mezzo di guadagnar tempo, sperando nell'arrivo di Argirio, mentre i normanni, altrettanto consapevoli dell'avvicinarsi dell'esercito greco, erano impazienti. Erano, inoltre, spinti a questo da un'altra e più urgente ragione: i contadini del luogo si erano rifiutati di rifornirli di viveri. I soldati normanni, spesso, non avevano altro mezzo di sostentamento che una manciata di grano abbrustolita sul fuoco. L'attacco improvviso da loro sferrato fu forse l'unico modo per affrettare la conclusione. Fu sferrato dall'ala destra normanna comandata da Riccardo di Aversa. Di fronte a lui si trovavano i contingenti italiani e longobardi dell'esercito pontificio. Il Pugliese fa notare che questo contingente eterogeneo era ammassato senza un minimo di ordine militare, non avendo i soldati nessuna idea di come disporsi in ordine di battaglia; Riccardo e i suoi li travolsero come birilli. Al primo urto, infatti, ruppero le fila dandosi alla fuga nella massima confusione inseguiti dagli uomini del conte di Aversa. Nel frattempo, però, Umfredo d'Altavilla che comandava il centro aveva trovato ben altra resistenza da parte degli svevi assoldati da Leone. Le ripetute cariche normanne non riuscivano a sfondare i loro ranghi; questi maneggiavano le grosse spade a doppia impugnatura, con un coraggio ed una fermezza che i normanni non conoscevano più di quando erano giunti in Italia. L'ala sinistra dell'esercito normanno al comando di Roberto il Guiscardo era formata dal contingente che egli aveva portato con sé dalla Calabria. Gli ordini ricevuti erano di tenersi di riserva e d'intervenire quando e laddove la loro presenza fosse più necessaria. Il fattore decisivo per la vittoria dei normanni non fu tanto il coraggio di Roberto e di Umfredo, quanto l'arrivo sul campo di Riccardo, di ritorno dall'implacabile inseguimento degli italiani e dei longobardi. Egli e i suoi seguaci si gettarono nuovamente nella mischia e questo tempestivo intervento distrusse ogni speranza nel campo avversario. Ciononostante, i tedeschi non si arresero; quegli stessi teutoni, dalla lunga chioma, che si erano fatti beffe dei normanni bassi e tozzi ed avevano persuaso il papa a respingere le loro proposte di pace, continuarono a combattere e furono uccisi fino all'ultimo uomo. Papa Leone aveva seguito lo svolgersi della battaglia dai bastioni di Civitate: Aveva visto metà del suo esercito costretto ad ignominiosa fuga e l'altra metà massacrata. I suoi alleati bizantini lo avevano ingannato; se fossero giunti in tempo, la battaglia avrebbe potuto avere un esito ben diverso, ma ora non avrebbero mai avuto il coraggio di misurarsi da soli contro i normanni. Ma i normanni, pur vittoriosi, non insuperbirono. Nel furore della battaglia si erano trovati troppo impegnati con gli svevi per ricordarsi del loro principale avversario ed ora, vedendo quell'uomo triste ma altero, che stava lì, ritto innanzi a loro, si sentirono sgomenti e sopraffatti. Caddero in ginocchio, implorando il suo perdono. Amato dice: "Il papa aveva paura e il clero tremava. E i normanni vincitori gli infusero speranza e promisero che con loro il papa sarebbe stato sicuro, e lo condussero con tutta la sua gente a Benevento, provvedendolo continuamente di pane e di vino e di tutto ciò che gli poteva abbisognare". Fu presto evidente che, malgrado la loro sollecitudine, i normanni non avevano nessuna intenzione di permettergli di lasciare Benevento, fino a quando non fosse stato raggiunto un modus vivendi di loro gradimento. Non ci è dato sapere quali furono gli accordi presi, né vi sono Bolle papali che attestino investiture; ma possiamo ritenere, con certezza quasi assoluta, che Leone riconobbe de facto tutte le conquiste normanne realizzate fino a quell'epoca, che comprendevano pure, assai probabilmente, alcuni territori appartenenti al principato di Benevento - ma non la città stessa, che rimase sotto la sua sovranità. Una volta raggiunto questo accordo, nulla più si frapponeva al suo ritorno a Roma e quindi si mise in viaggio il 12 marzo del 1054; Umfredo, sempre cortese, lo accompagnò fino a Capua.


el frattempo un nuovo capitolo si era aperto per i normanni nella loro grande avventura in Italia. La battaglia di Civitate era stata altrettanto decisiva per loro, quanto lo sarebbe stata per i loro fratelli e cugini quella che avrebbe avuto luogo, tredici anni più tardi, a Hastings in Inghilterra. Mai più sarebbero stati posti in discussione i diritti basilari dei normanni nell'Italia meridionale; mai più si sarebbe pensato a cacciarli dalla penisola. Non sono molti i viaggiatori che oggi si recano da quelle parti; ma coloro che vi passano possono vedere, due o tre chilometri a nord-est dell'odierno villaggio di San Paolo di Civitate, le rovine di una vecchia cattedrale, possono ancora scorgere le tracce dei bastioni dalla cima dei quali papa Leone fu testimone della rovina del suo esercito e delle sue speranze. Della città che trattò il papa tanto indegnamente, non rimane più nulla; venne completamente distrutta all'inizio del secolo XV. Gli scavi fatti sul luogo, nel 1820, hanno riportato alla luce, fuori del perimetro delle mura, un grande ammasso di scheletri. Erano tutti maschili e portavano segni delle terribili ferite inferte loro; la gran maggioranza appartenevano ad uomini di oltre un metro e ottanta di statura.