nche quest'anno siamo stati accolti dalla bella e quieta Cusago. Abbiamo portato il solito trambusto con la battaglia del sabato sera ma la presenza del pubblico non è stata, ahimé, quella degli anni passati. Al di là del bel tempo, che invogliava ad un fine settimana "fuori porta", quest'anno abbiamo combattuto in contemporanea con un'altra battaglia sportiva, quella della nazionale di calcio ai mondiali, che ha influito non poco sullo share conceduto al nostro spettacolo. Peccato perché la battaglia quest'anno è stata davvero spettacolare: cavalli, cavalieri, fanti e arcieri si sono affrontati senza esclusione di colpi.
 
I proiettili infuocati delle macchine da guerra hanno fatto da degna cornice alla battaglia. Pazienza, andrà meglio l'anno prossimo. Molto spettacolare anche la giornata di domenica con danze medievali, le nostre macchine da guerra e la lizza dei cavalieri ed il torneo di armati proposto da San Giorgio e il Drago. Quest'anno c'è stata anche la benedizione delle armi, nella piazza antistante la graziosa chiesa del paese. Un'interessante novità che andrebbe sviluppata. La cerimonia non ha tuttavia ricevuto parere unanime. Pubblichiamo di seguito una lettera ricevuta da un nostro associato che non abbiamo voluto censurare in alcuna parte, per dovere di cronaca, anche se non ce la sentiamo di appoggiare tanta durezza. La benedizione delle armi, pur essendo una cerimonia religiosa, oggi non riveste più quel carattere di sacralità che aveva un tempo. Ne, fortunatamente, riveste più quel carattere drammatico e spirituale stigmatizzato in epoca medievale. Ma è difficile spiegarlo al nostro, che invece vive il medioevo anche oggi!

 

gni tanto, fra le considerazioni positive, anche qualche nota negativa. Faccio un piccolo preambolo per chiarire che non sono mai stato un uomo di chiesa. In gioventù non mi sono contraddistinto certo per uno sguardo lucido ed equilibrato sull'operato di questa istituzione. Tuttavia gli anni mi hanno portato a riconoscerne, oltre ai difetti, anche i numerosi pregi. Come del resto avviene per tutti quei gruppi fatti da uomini che operano per davvero. Lasciamo agli altri, quelli che non fanno niente, la matematica certezza di non sbagliare mai. Fra le numerose cose su cui mi sono ricreduto c'è la cosiddetta "benedizione delle armi". Ricordo ancora quando irridevo il professore di religione, ricordandogli i pii rappresentati di Cristo, uomini di pace e fratellanza, benedire gli oggetti che avrebbero di li a poco sbudellato qualche altro povero cristiano (o forse no, ma qui il termine “cristiano” va inteso in senso lombardo di “uomo”). Poi, con gli Arcieri nel Tempo, ho avuto modo di vederne di queste benedizioni. Ho visto miti parroci di campagna trasformarsi in giganti, mentre ripetevano quelle parole antiche.
 
Ho visto l'aria delle chiese farsi densa di emozione e diventare così pesante da mettere il miscredente sottoscritto in ginocchio, forse spinto a terra da quella medesima forza che permise a fra Cristoforo di pronunciare contro il prepotente Don Rodrigo quel famoso "Verrà il giorno....". E ho cominciato a farmi delle domande. Ma perché questi prelati di campagna, il più delle volte dediti ad una vita tranquilla e di preghiera, si trasformavano in colossi? A cosa serviva questa cerimonia, davvero a spargere qualche goccia di acqua sulle cotte di maglia?!? Non era così. Quelle parole servivano a rasserenare delle anime sconvolte. Uomini che, volenti o, più spesso, nolenti, stavano per lasciare tutto ciò che gli era più caro per affrontare la morte. Uomini certi che tale morte avrebbe distrutto anche la propria famiglia. Serviva a dargli la certezza, e poco importa se ciò fosse vero, che Dio sarebbe stato dalla loro parte e che comunque a Lui sarebbe stata affidata la loro anima. Un uomo con la disperazione nel cuore poteva essere rasserenato solo da un gigante ed ecco la trasformazione del parroco a cui ho più volte assistito. Beh, il weekend scorso, a Cusago, non è andata così. Il nano è rimasto tale. Ci siamo trovati di fronte un curato scocciato che ci ha frettolosamente liquidato con un pater noster. Insomma più che fra Cristoforo questo mi è sembrato un don Abbondio. Del resto non era la prima volta, in una situazione di lutto per una persona a me vicina, che vedevo questo parroco brillare per la sua assenza verbale e spirituale. Per fortuna la cerimonia è stata parzialmente salvata dal solito mago Carlo che ha tirato fuori dal suo cappello a cilindro una lettera di Bernardo di Chiaravalle (quest’ultimo certamente assai lontano dal prete di Cusago), a cui a dato voce uno dei prodi di San Giorgio e il Drago. Fate giungere il mio ringraziamento personale a questo ragazzo che tanto gentilmente si è prestato all’improvvisazione. Forse lui non ha, come Bernardo, dedicato la sua vita a Dio. Ma per un attimo ci ho creduto. Quanto ai cusaghesi, perdonino la mia durezza... ...ma cambino il parroco!

Oliviero Rossi