uesta data, di importanza fondamentale per la storia dell'inghilterra, costituisce un punto di svolta per quel che riguarda anche la storia dell'arcieria. Da questo momento in avanti l'arco diventa uno strumento di importanza strategica e tattica, passando da strumento di caccia ad arma risolutiva. Sul modello anglo-sassone rivisitato dai normanni, che andrà evolvendosi negli anni successivi al 1066, si adatteranno tutte le moderne compagnie di ventura europee (anche se il termine avrà bisogno di ancora qualche annetto per prendere piede) che annoveravano quest'arma nel proprio arsenale. L'apogeo di quest'arma sarà pienamente visibile nelle battaglie di Crecy e Poitier della Guerra dei cent'anni. A questo periodo fanno riferimento gli Arcieri nel Tempo, ed è perciò che abbiamo utilizzato, in maniera copiosa, le immagini della Tapisserie de Bayeux, che ricorda questa battaglia vinta dal normanno Guglielmo il Conquistatore su Aroldo il Sassone. A miglior comprensione di come andarono le cose in quei giorni, riportiamo questo prezioso documento di Richard Scollins del 1978.

I - LA SITUAZIONE ALL'ALBA DELL'INVASIONE NORMANNA
II - USI E COSTUMI DEL'EPOCA
III - LE GUERRE COI POPOLI SCANDINAVI
IV - GUGLIELMO IL CONQUISTATORE
V - LA BATTAGLIA DI HASTINGS



I - La situazione all'alba dell'invasione normanna

a campagna del 1066, come ogni studente sa, segnò un punto di svolta nella storia inglese. Come risultato di una breve e sanguinosa battaglia combattuta su un crinale nel Sussex (Hastings), l' Inghilterra anglo-sassone cadde pressoché istantaneamente in possesso di un, senza dubbio, piacevolmente sorpreso Guglielmo di Normandia. Sotto la sua severa ed efficiente autorità, i legami dell'Inghilterra con la Scandinavia furono staccati e l'Inghilterra venne spinta ancora una volta nel grande fiume della civiltà occidentale. Questo episodio cruciale è avvolto nel mito ed ha affascinato per generazioni sia gli studiosi che i dilettanti, ed anche oggi, più di 900 anni dopo, l'argomento dell'invasione normanna e la battaglia di Hastings provoca un'intensa passione tra gli storici. Ciò è probabilmente dovuto al fatto che ci sono così tante domande senza risposta relative a questo periodo, che le possibilità di teorizzare sono infinite, e, quel che più conta, le posizioni spesso si polarizzano a favore di una o due opposte scuole di pensiero.

Alcuni considerano l'arrivo dei Normanni come una calamità; l'imposizione di un regime tirannico e straniero su una cultura fiorente ed in espansione. Altri vedono una vecchia e divisa società inglese che viene "salvata dalla decadenza da un'infusione di vivificante vigore normanno". La verità, forse, sta in qualche luogo tra le due; ciò di cui possiamo essere certi è che l'Inghilterra del 1066 offriva una scintillante ricompensa a qualsiasi sedicente invasore straniero. Vi era, secondo gli standard dell'epoca, una società matura e stabile, con un'economia sviluppata ed un patrimonio artistico e culturale non secondo a nessuno nel mondo occidentale del periodo. Quell'Inghilterra, comunque, sarebbe irriconoscibile ad un visitatore proveniente dal XX secolo. Più di un terzo del paese era ricoperto di foreste e terreni paludosi, e, dove il terreno era coltivato, i campi aperti si stendevano senza bordi. La popolazione totale era meno di mezzo milione, soprattutto sparsi in piccole ed isolate comunità; i circa 15.000 abitanti di Londra costituivano la più grande concentrazione di persone dell'intero regno.
Ad ovest il Vallo di Offa correva da sud da Rhuddan al Wye e dal Wye al Canale di Bristol, a Chepstow, segnando i confini con i britanni del Galles. Verso nord si stendeva quella potente alleanza fra Irlandesi 'Scozzesi', Gallesi di Strathclyde, inglesi Lothiani, Pitti e Norvegesi, la quale includeva il nascente regno di Scozia. I confini del nord erano cambiati molte volte dal tempo in cui, nell'est, il grande Regno Inglese di Northumbria si stendeva dall' Humber al Forth e ad ovest gli scozzesi si erano spinti per la prima volta a sud in Cumbria. Ma ora, per quasi un secolo, una linea di confine concordata, anche se incompleta, dal Tweed al Solway Firth, aveva tenuto separati i sudditi del Regno d'Inghilterra dai loro vicini del nord.

Il modo di parlare, le abitudini ed anche l'aspetto fisico degli abitanti dell' Inghilterra dell' XI secolo facevano testimonianza delle diverse ondate di colonizzatori che avevano fatto di questa la loro casa. Nel 1066, il mescolarsi delle razze aveva appena avuto inizio; i Celti e gli Iuti, gli Angli ed i Danesi, Sassoni e Norvegesi mantenevano ancora qualcosa delle loro diverse identità popolari. Nelle contee del nord e dell'est, per esempio, dove l'elemento vichingo e anglo-sassone era più forte, si afferma che la popolazione era di pelle più chiara e, in media, due pollici più alta degli abitanti ancora, in modo predominante, celtici del sud-ovest. L'antica lingua inglese, con la sua grammatica flessa e mancante dei barbarismi francesi e latini che stavano per affluire con la successiva conquista normanna, oggi sarebbe incomprensibile. Era imparentata con il tedesco antico e con l'antico norvegese - il secondo era la lingua originaria degli immigranti più recenti, popolazione scandinava delle contee dell'Inghilterra centrale del nord e dell'est e vi era una tale enorme varietà regionale di dialetti che alcuni inglesi avrebbero capito i Frisoni ed altri norvegesi meglio di quanto si sarebbero capiti tra di loro !
Tentando di ricostruire quello che accadde nel 1066, dobbiamo abbandonare molte supposizioni dei giorni nostri. Per cominciare, dobbiamo abbandonare qualsiasi concetto moderno di nazionalismo. Quantunque un anglo che viveva sulla costa del Northumberland ed un sassone dell'ovest dell'Hampshire potrebbero essere d'accordo sull'essere tutti e due 'Englisc', tali sentimenti comuni trovavano poca espressione nella politica del tempo. Anzi, in molti modi, nella metà dell' XI secolo l'Inghilterra era meno unita che non quanto era stata ai tempi di Alfredo il Grande.
Vero è che l'uomo del primo medioevo percepiva il mondo in un modo molto diverso da noi. Il suo comportamento apparentemente irrazionale e spesso immorale rifletteva una intensa consapevolezza del soprannaturale ed è, forse in parte spiegata dalla durezza, dal disagio e dal pericolo che comportava la vita di tutti i giorni. Le condizioni dell' XI secolo non favorivano la persona debole. Sia il nobile che il non nobile vivevano vicini alla terra, con poca o nessuna protezione dai capricci della natura e le allarmanti visite di carestie e pestilenze. Il senso di insicurezza che ne risultava si manifestava in forme estreme di pratiche religiose e nella forte sopravvivenza della superstizione pagana. Questi atteggiamenti spesso andavano di pari passo con un doloroso realismo politico e con un cinico disprezzo per la vita umana.

Re Edoardo il Confessore morì, senza eredi diretti, il 5 gennaio 1066 e quasi immediatamente il Witan, o Grande Consiglio, scelse Aroldo Godwineson, Conte del Wessex e per i dieci anni passati l'uomo più potente d'Inghilterra, per prendere il suo posto. Sebbene ad alcuni Aroldo sembrava essere la scelta più ovvia, di fatto egli salì al trono con difficoltà. Di origine danese e di umili natali, suo nonno, Wolfnoth era un guerriero pirata vichingo stabilitosi nel Sussex, e non aveva una sola goccia di sangue reale inglese nelle vene. Inoltre ispirava lealtà solamente nella parte meridionale del regno: nella sua contea del Wessex ed in quelle dei suoi fratelli Gyrth e Leofwine, i quali tra tutti controllavano l'Anglia dell'est, il Surrey, l'Essex ed il Kent.
I signori delle contee dell'Inghilterra centrale e settentrionale, Edwin di Mercia e suo fratello Morkere del Northumbria, provenivano da una nobile casata per lungo tempo in cattivi rapporti con i Godwines. Ben consapevole di ciò, Aroldo, dopo solo poche settimane passate sul trono, fece un viaggio al nord per ottenere il consenso degli orgogliosi e fieramente indipendenti Merciani e Northumbriani. Superò questa manovra sposando, senza ulteriore fatica, la sorella di Edwin e Morkere, Alditha.
Comunque, il più grande pericolo per il nuovo sovrano stava oltre i confini dell'Inghilterra. Due signori stranieri, Araldo Sigurdsson, re della Norvegia e il duca Guglielmo di Normandia studiarono l'incoronazione di Aroldo con più che casuale interesse. Tutti e due rivendicavano per se stessi il trono inglese.
La minaccia più immediata stava arrivando da un terrificante norvegese il cui soprannome 'Hardraada' significava tiranno o hard-councel. Era considerato il più grande guerriero di quei giorni, e racconti delle sue imprese d'ampio respiro risuonavano in ogni angolo del mondo allora conosciuto. Fino al tempo di Edoardo il Confessore, ben presente nella memoria di molti inglesi nel 1066, l' Inghilterra era stata, per quasi trent'anni, una parte dell'Impero Scandinavo governato dai Danesi. Il pretesto definitivo di Hardraada per far rinascere le speranze di un'altra conquista del paese da parte dei norvegesi, era la rivendicazione del trono d'Inghilterra che il suo predecessore, Magnus di Norvegia, aveva ricevuto in promessa, nel 1042, dall' ultimo dei re anglo-danesi, Harthacnut. Forse Hardraada credeva anche che tra i molti inglesi che vivevano nelle contee dell' Inghilterra centrale del nord e dell'est, che erano di ceppo scandinavo, ci sarebbero stati quelli che avrebbero potuto preferire essere governati da un norvegese piuttosto che da un mezzo sassone del sud.

Guglielmo di Normandia, come Araldo Sigurdsson, era una vecchia volpe ed era ben stagionato. Duro, spietato e con una volontà di ferro, aveva dovuto superare lo svantaggio di essere nato illegittimo - per la maggior parte della sua carriera era conosciuto come Guglielmo il Bastardo - e superare un lungo periodo potere minoritario durante il quale la sua vita era in costante pericolo. Le attività delle fazioni interne e di quelle esterne mantennero la Normandia in uno stato di anarchia politica per anni e Guglielmo aveva dovuto combattere duramente e continuamente per mantenere il controllo del trono e preservare l'indipendenza Normanna. Il turbolento ducato che egli controllava si era sviluppato da una piccola colonia vichinga fondata, solo un secolo e mezzo prima, da un razziatore scandinavo, Rollo. I discendenti degli scandinavi guidati da Rollo formavano ora una vigorosa minoranza dominante che, sebbene adottasse la lingua, la religione e la cultura della Francia, conservava qualcosa della propria eredità vichinga ed il suo fiero amore per la lotta e la battaglia.
La rivendicazione del trono inglese da parte di Guglielmo aveva appena un po' più di fondamento che non quella di Hardraada. Egli era cugino di primo grado del notoriamente pro-normanno Edoardo il Confessore, il quale, si diceva, promise a Guglielmo la successione sin dal 1051. Le uniche fonti che abbiamo relativamente a questa vicenda, comunque, sono normanne e anche se tutto ciò era vero, Edoardo non aveva alcun diritto di promettere il trono ad alcuno! Un'altra diceria che è frequentemente esibita, ma della quale non vi è prova attendibile, è quella che vede Aroldo, durante la presunta visita in Normandia nel 1064, prestare giuramento su una sacra reliquia affinché il trono d'Inghilterra venisse riservato a Guglielmo alla morte di Edoardo. Questo cruciale avvenimento è graficamente illustrato nel famoso Tapisserie de Bayeux, un "racconto a fumetti" senza prezzo che racconta la storia della conquista normanna, commissionata, si pensa, dal fratellastro di Guglielmo, Odo, vescovo di Bayeux. Come opera d'arte, questo panno ricamato è meraviglioso; come illustrazione dell'arte della guerra dell' XI secolo è senza rivali. Come singola manifestazione di storia effettiva, è assai sospetto. Il messaggio che trasmette è solamente che Guglielmo era il legittimo erede al trono di Edoardo e che quindi aveva ogni diritto di invadere l'Inghilterra e destituire l'usurpatore, Godwineson.

La vicenda del giuramento infranto di Aroldo, vera o falsa, costituisce una base sulla quale il duca normanno costruì l'incidente per giustificare l'invasione dell'Inghilterra. Ciò certamente rafforzò la sua causa a Roma e condusse ad un'alleanza non sacra con il Papa Alessandro III. In cambio della promessa di portare la Chiesa inglese, un poco errante, all'interno della Chiesa Cattolica, il Papa usò la sua influenza per trasformare un atto con propositi di aggressione in una crociata. Egli diede la sua benedizione all'esercito invasore ed i Normanni con i loro alleati avrebbero marciato verso la battaglia sotto la protezione spirituale della bandiera papale.
Il re d'Inghilterra appena eletto, il quale avrebbe dovuto presto fronteggiare questi due risoluti concorrenti alla sua corona era, come loro, un soldato esperto ed un condottiero di uomini impetuoso e pieno di slancio. E' difficile non percepire una forte affinità con Aroldo, l'ultimo dei re anglo-sassoni. Noi abbiamo la tendenza a vederlo sempre nel suo momento decisivo e più bello; una figura tragicamente sfortunata che combatte eroicamente contro schiaccianti differenze in difesa del suo regno ed alla fine trova una morte da guerriero a Hastings. Questa immagine tende ad oscurare qualche cosa del suo carattere. Sebbene Aroldo probabilmente era meno esagerato di quanto lo fossero la maggior parte dei condottieri politici e militari suoi contemporanei e quantunque, sia durante il suo breve regno pieno di guai che prima, come sotto-re di Edoardo egli genuinamente mirava a tenere unito ed in pace il paese, era allo stesso tempo ambizioso e spietato con coloro che gli si opponevano. Come suo padre prima di lui, lo straordinario, fattosi da sé Conte di Godwine, il quale complottò e tramò per anni con lo scopo di far divenire la sua famiglia dominante nel paese, Aroldo combatté e si ingegnò per il potere personale, e sebbene si possa dimostrare che vi fossero circostanze attenuanti, la conquista della corona nel 1066 fu in effetti un colpo di stato. Vi è qualche testimonianza che il Witan frettolosamente convocato e che lo elesse, fosse composto quasi interamente dai propri seguaci!

La lotta contro Aroldo venne cominciata non da Hardraada o da Guglielmo, ma dal fratello più giovane di Aroldo, Tostig. Quest'uomo, fastidioso crudele e vendicativo, era stato bandito dalla contea del Northumbria l'anno prima. Nell'ottobre del 1065 gli abitanti del Northumbria, accusando Tostig allora assente di oppressione ed assassinio, erano insorti, massacrando i seguaci del conte ed eleggendo Markere al suo posto. Raggiunti dai predoni gallesi e dai Merci provenienti da Derby, Notthingham e Lincoln sotto il comando del conte Edwin, gli uomini del Northumbria marciarono verso sud. Edoardo, per allontanare la guerra civile, inviò Aroldo a parlamentare con i ribelli. Egli docilmente cedette alle loro richieste, acconsentendo a bandire il fratello ed a confermare Morkere come Conte del Northumbria. Tostig non lo dimenticò mai; fuggì nelle Fiandre, alla corte del conte Baldwin, suo cognato, deciso alla vendetta. Nel maggio 1066 salpò dalla costa francese con una piccola flotta che comprendeva i suoi seguaci e mercenari fiamminghi e normanni reclutati con la probabile connivenza dello stesso Guglielmo. Nel corso delle settimane successive, Tostig colpì le aree costiere meridionali dell'Inghilterra con una serie di brevi attacchi e colpi cattivi. Al principio ebbe qualche successo: invase l'isola di Wight, occupò brevemente Sandwiche fu anche aiutato in un certo momento da pirati norvegesi che partivano dalle Isole Orcadi. Alla fine, comunque, i razziatori che ormai avevano incominciato a saccheggiare le coste della Mercia e del Northumbria, vennero sorpresi e sconfitti dalla milizia di Linsey, sotto il comando di Edwin. Con la flotta ridotta da 60 a 12 navi, Tostig fuggì verso nord per trovare rifugio dal suo fratello carnale, Malcom di Scozia. Egli, comunque, non era ancora finito.

Aroldo sapeva che le scorrerie di Tostig erano semplicemente i preliminari della più seria minaccia proveniente dalla Normandia; durante la prima parte dell'estate tutte le risorse militari dell'Inghilterra meridionale vennero gradualmente mobilitate. La milizia venne richiamata per occupare le posizioni chiave lungo la costa e 'la più grande flotta mai radunata da un re inglese' venne ormeggiata lungo la Manica, pronta all'azione. In settembre, senza ancora alcun segno dell'armata Normanna, la tensione di mantenere le navi, gli equipaggi ed i soldati in permanente allarme - un fatto senza precedenti ai tempi degli anglo-sassoni - cominciava a pesare. La maggior parte degli uomini della milizia era rimasta senza viveri e senza paga. (Il loro periodo di 60 giorni di servizio stava quasi per terminare e a casa avevano disperato bisogno di loro per effettuare il raccolto ormai maturo per la vicinanza dell'inverno.) Aroldo non aveva scelta se non quella di congedare le truppe e rimandare la flotta a Londra. vennero perdute molte navi durante una tempesta nel corso del viaggio di ritorno; la Manica venne lasciata praticamente senza difese. Guglielmo aveva solo bisogno di vento favorevole per avvantaggiarsi di questo improvviso crollo del sistema difensivo inglese.
A questo punto, con Aroldo preoccupato per la minaccia proveniente da sud, irruppe su di lui la notizia che Araldo Hardraada di Norvegia, con un'immensa flotta era sbarcato a Ricall, nello Yorkshire. Tostig si era procurato un altro alleato. Aroldo e le sue truppe partirono immediatamente verso nord. La breve, impetuosa campagna che seguì doveva culminare nella grande battaglia di Stamfordbridge, una vittoria inglese così totale che avrebbe posto fine a due secoli di conflitto anglo-scandinavo.

Le illustrazioni a colori forniscono descrizioni esclusivamente congetturali dei tre principali protagonisti della nostra storia così come sarebbero potuti apparire durante quei giorni drammatici dell'autunno del 1066. Hardraada era, a 51 anni, ben superato la sua primavera, ma doveva ancora essere uno spettacolo indimenticabile. Era un uomo gigantesco dai capelli chiarissimi, alto oltre sette piedi, e si diceva che un sopracciglio fosse permanentemente più alto dell'altro. Secondo la tradizione, il re norvegese indossava un elmetto decorato ed un mantello blu; la sua cotta da battaglia corazzata - che egli, ancora secondo la tradizione, teneva da parte prima del combattimento di Stamfordbridge - era di lunghezza insolita, arrivando fino alla parte più bassa della gamba. Quando l'indossava, i suoi soldati lo chiamavano, dietro le spalle, 'Emma', a causa delle estremità così lunghe. Hardraada, ci è stato detto, venne a sapere ciò e semplicemente trasferì il soprannome alla sua armatura.
Il vessillo personale di Hardraada era il famoso 'Landravager'. Questa enorme stendardo da battaglia era presumibilmente di seta bianca e blasonato al centro con un corvo nero con le ali spiegate: l'uccello di Odino.
Il Duca Guglielmo aveva 32 anni; era il più giovane del terzetto. E' descritto con una capigliatura rosso bruna ed estremamente ben piantato. Era alto probabilmente 5 piedi e 10 pollici (sua moglie Matilda, casualmente era, in confronto, simile ad una nana; era alta 4 piedi e 2 pollici!). Guglielmo viene qui mostrato a cavallo di uno dei suoi famosi due stalloni neri andalusi - un regalo del re di Spagna - i quali erano entrambi certamente più grandi dei cavalli normalmente usati in battaglia in quel periodo. Viene anche mostrato lo stendardo papale, simbolo dell'approvazione romana all'avventura del duca normanno.
Aroldo aveva 44 anni nel 1066. Era forse un po' più piccolo di Guglielmo ma si racconta che possedesse una forza non comune ed eccellenti capacità di resistenza. E' interessante notare che le monete che ritraggono l'immagine di Aroldo e quelle che ritraggono Guglielmo mostrano entrambe uomini che portano la barba. L'Tapisserie de Bayeux, comunque, ritrae Guglielmo completamente sbarbato e Aroldo mette in mostra solo i baffi.

Si è pensato che Aroldo avesse portato in battaglia due bandiere. La prima era lo stendardo reale del Wessex, un dragone d'oro su uno sfondo rosso o porpora; la seconda era il suo vessillo personale, conosciuto come 'L'uomo che combatte'. La leggenda racconta che questo era stato 'intessuto con fili dell'oro più puro' dalla madre di Aroldo, Gytha, e che l'elmetto, la maglia di ferro e le armi erano decorate con scintillanti gemme.
La mappa si propone di dare un'idea di come probabilmente appariva l'Inghilterra nel 1066. Vengono indicate le foreste principali e viene indicata la linea costiera piuttosto varia. Dove è possibile i nomi dei luoghi sono riportati nell'ortografia dell'inglese antico.




II - Usi e costumi del'epoca

ualsiasi discussione riguardante l'abbigliamento, l'equipaggiamento e l'armamento dei diversi eserciti che combatterono nello Yorkshire e nel Sussex durante l'autunno del 1066, deve essere alquanto speculativa. Le numerose lacune nella nostra conoscenza ci impediscono di costruire un'illustrazione completa e rende impossibile essere troppo precisi. E' sempre allettante, ma pericoloso, effettuare ampie generalizzazioni basate su sparse evidenze archeologiche e sorgono problemi di interpretazione dalle altre più importanti fonti di informazione, cioè le illustrazioni del tempo e le descrizioni. Disegni e sculture di guerrieri provenienti da quel periodo sono quasi sempre così stilizzate che spesso è un problema aperto definire esattamente quale tipo di armatura o di indumento viene rappresentato; questo è certamente il caso riguardante la nostra principale registrazione visiva della campagna di Hastings, l'Tapisserie de Bayeux. Per queste ragioni qualsiasi ricostruzione, anche quelle qui mostrate, devono essere considerate largamente congetturali. La forma più diffusa di elmo - portato del pari dai norvegesi, dagli inglesi e dai normanni - era un elmetto conico di ferro od acciaio, di solito fornito di un nasale o paranaso. Era di solito composto, o da quattro o più pezzi di metallo triangolari fissati su un anello e che si riuniscono alla sommità (C6), o fatto di un sol pezzo e con aggiunto un cerchio munito di una barra per il viso (B13). Il nasale era spesso così largo che la maggior parte della faccia era nascosta. A volte gli elmetti erano assicurati con lacci ed alcuni avevano para-colli e proteggi-orecchie aggiunti (A8, A10, B4, C11).

La forma più comune di indumento protettivo era tessuto imbottito sia di lino che di panno o cuoio, rinforzato con anello o piastre di metallo. A causa della natura complicata della sua fabbricazione, i tessuti a catena di maglia di ferro rivestiti di anelli di ferro allacciati, sebbene molto più in evidenza che non in tempi precedenti, erano ancora tendenzialmente riservati ai soldati ricchi, esperti e meglio equipaggiati. La giacca da guerra tradizionale del guerriero anglo-sassone e vichingo era il 'byrnie' o 'corsaletto di anelli intrecciati'. Spesso di maglia di ferro, il corto abito con le maniche raramente arrivava oltre la mezza coscia. Sempre più, comunque, un camice corazzato e lungo fino al ginocchio conosciuto come 'usbergo', stava per venire in uso. Aveva le maniche lunghe tre quarti e normalmente un cappuccio, a volte di maglia di ferro, a volte di cuoio o panno. L'usbergo doveva essere molto scomodo da indossare poiché tutto il peso era sopportato dalle spalle; era spesso, probabilmente, imbottito. Erano necessari indumenti intimi per proteggere la pelle dagli effetti di sfregamento dei pesanti anelli di ferro. Le illustrazioni di guerrieri del tempo che indossano l'usbergo, spesso mostrano un contorno sul torace. E' possibile che indichi sia un qualche tipo di pettorale rinforzato o il lembo che chiudeva l'apertura del collo (C6). Le difese delle gambe erano, ancora una volta, solo per i ricchi. La calzamaglia di ferro era indossata da pochi; i soldati comuni dovevano fabbricarla con bende di lino o cuoio simili a fasce, che a volte venivano guarnite con borchie di metallo.

Un'arma di difesa supplementare era, naturalmente, lo scudo, che raggiunse una grande varietà di forme e dimensioni a partire dall'antico tipo rotondo, ancora preferito dai vichinghi e da molti inglesi, fino all'ampio scudo a forma di aquilone usato dai normanni a cavallo ed in particolare dalle truppe inglesi al servizio del sovrano. Alcuni scudi erano costruiti con ferro, ma la maggior parte erano fatti con legno e ricoperti con cuoio indurito, probabilmente rinforzato con liste d'acciaio. Alcuni erano piatti, altri curvi. Sul retro di molti di quelli di tipo circolare vi era una sbarra che veniva stretta da chi lo usava; al centro era intagliato un foro per ospitare il pugno chiuso (A6). Una cupola in rilievo, la borchia dello scudo, era adattata sopra il buco con lo scopo di proteggere la mano ed agiva anche come una specie di 'pugno di ferro', quando era necessario. Spesso veniva aggiunta una cinghia in più per il braccio (A7). Con l'ampio scudo a forma di aquilone, l'avambraccio sinistro passava, attraverso un dispositivo di cinghie sulla parte posteriore, all'impugnatura. Una cinghia più lunga - che i normanni chiamavano 'guige' - passava intorno al collo sopra la spalla destra e sosteneva lo scudo quando non veniva usato, sottraendo alla mano sinistra, durante l'azione, parte del suo peso (C5, C6). L'Tapisserie de Bayeux mostra questo tipo di scudo decorato con puntini, croci, creature mitiche ed altri emblemi, ma anche se accettiamo che l'arazzo sia una rappresentazione fedele piuttosto che un'invenzione fantasiosa, non vi è prova che questi segni fossero parte di un codice araldico formalizzato. Questo sarebbe arrivato più tardi.

La spada tipo del periodo era un'arma a doppio taglio e con la lama diritta, lunga circa tre piedi, leggermente assottigliata verso la punta. La spade vichinghe, inglesi e normanne (A4, A5, B12, C8, C9) erano quasi identiche; erano tutte, fondamentalmente, armi per fendere, sebbene i normanni tendessero sempre più ad usare la punta in battaglia. Una scanalatura poco profonda, chiamata 'fuller' percorre quasi tutta l'intera lunghezza della lama, su entrambe i lati, alleggerendo quindi la lama senza indebolirla. L'impugnatura era di solito composta da due strisce di legno strettamente legate ad entrambe i lati del 'tang' (codolo); per bilanciare il peso della lama ed assicurare una facile maneggio, veniva aggiunto un pesante 'Pommel' (pomo). Il guardamano a croce era di solito di disegno semplice, sia diritto che lievemente curvato - le spade normanne tendevano ad avere guardamani più lunghi e più diritti - ma la forma del pomello variava in modo considerevole. Il fodero della spada, costruito con assi di legno ricoperte di cuoio ed incastonato con ferro, era appeso alla cintura portata larga o alla tracolla. Questi equipaggiamenti erano spesso indossati al di sotto dell'usbergo; veniva praticata una fessura nell'armatura per permettere di estrarre la spada.
Il seax - una spada più piccola, simile ad un pugnale, con un solo bordo tagliente - era anch'essa diffusa, specialmente tra gli inglesi ed i vichinghi (B11).
Le lance, usate sia per essere lanciate che per trafiggere, erano comuni a tutti gli eserciti. Le aste erano solitamente di legno di frassino, lunghe circa sette piedi; le punte di ferro, dotate di cavità, erano diverse. I giavellotti avevano una punta piccola e leggera (B7), le lance per colpire avevano una punta larga, spesso a forma di foglia; a volte era dentata per evitare una penetrazione troppo profonda (A1, B6). La bandierina sulla lancia del cavaliere normanno serviva allo stesso scopo.

La temuta ascia a due mani, preferita sia dai fanti norvegesi che da quelli inglesi, - ma non, evidentemente, dai normanni - aveva la parte superiore a forma di cuneo con un bordo curvo della lunghezza di un piede, montata su un manico lungo cinque o sei piedi (A2, B10, B14). A volte le cime delle asce erano decorate. L'arma di norma era impugnata con la mano sinistra per poter colpire il fianco destro dell'avversario non protetto. Anche le asce più piccole, alcune delle quali erano usate come armi da lancio, venivano largamente impiegate (B9).
Le mazze ed i randelli (C1, C2), semplici ma letali, erano armi ugualmente ben conosciute sia dalle truppe a cavallo che dai fanti. Tra il contadiname meno ben equipaggiato - come la milizia inglese - una molteplicità di armi semplici, fatte in casa, come l'antiquata frombola, per esempio (B2), che era la veterana, stava al fianco di spade preparate in fretta, pugnali ed attrezzi d'uso giornaliero per i lavori agricoli, come la roncola (B1). Per la verità, molte armi della fanteria che sarebbe venuta dopo, si sarebbero sviluppate a partire dagli antichi forconi, dai correggiati, dalle vanghe, dai martelli, e dagli attrezzi per la manutenzione delle siepi che quasi certamente entrarono in azione durante questa campagna.

L'esercito comandato da Araldo Hardraada e da Tostig Godwineson era una forza poliglotta che comprendeva norvegesi, islandesi, fiamminghi, scoti ed anche inglesi (vedi l'illustrazione Tav.A). Il reparto più numeroso e probabilmente più coeso era composto proprio dai norvegesi di Hardraada - guerrieri temuti in tutta Europa per la loro ferocia e per la loro forza. Nonostante l'immagine in voga relativa ai norvegesi, in base alla quale indossavano l'inevitabile elmo alato o cornuto, in generale si pensa che tali attrezzi non facessero mai parte del loro solito equipaggiamento. Sicuramente vi sono nell'arte nordica rappresentazioni di uomini che portano elmetti con le corna, ma probabilmente come emblemi di potere religioso. Tradizionalmente i capi vichinghi avevano portato elmi con visiera ed a causa dell'alto costo delle armi e delle armature, queste spesso venivano trasmesse di generazione in generazione; è quindi possibile che questo tipo di elmo, piuttosto antiquato, fosse ancora portato da alcuni guerrieri (A3).
Il giorno nel quale ebbe luogo il combattimento a Stamfordbridge, faceva molto caldo; le truppe di Hardraada non pensavano in ogni caso di dover combattere una battaglia; molti si erano lasciati dietro l'armatura. La figura centrale (A6) rappresenta uno di questi uomini; il suo equipaggiamento militare era ridotto a spada, ascia, scudo ed elmetto. Quest'ultimo è in realtà un copricapo di cuoio rinforzato con ferro, evidentemente un'alternativa abbastanza comune all'elmo completamente metallico.
 

La terza illustrazione (A9), un lanciere della forza militare di Tostig, è forse un fiammingo. Come i soldati precedenti, è solo leggermente corazzato. Il corto giustacuore di cuoio che indossa è rafforzato con anelli di metallo e l'elmetto è del tipo conico semplice. La lancia è del modello semplice, ma vi è una teoria interessante che suggerisce che, forse, l'elemento fiammingo a Stamfordbridge fosse armato con lunghe picche; il che, se questo è corretto, avrebbe fatto di questo scontro il primo esempio conosciuto di uso di quest'arma nelle guerre europee.
L'esercito inglese del 1066, (vedi l'illustrazione Tav.B), era una forza composita, comprendente tre sezioni principali. Il centro era formato dai reparti al servizio del sovrano o 'hiredmen' del re (uomini presi a servizio N.d.T.) e dai suoi comandanti conti, conosciuti come 'huscarles'. Questa forza d'élite, composta da soldati professionisti pagati - forte di più di 3000 uomini - sembra sia stata costituita intorno al 1018 dal re danese d'Inghilterra Cnut, e che si rifaceva alla 'jomsviking'' di suo nonno, Aroldo Bluetooth. I reparti degli huscarles erano principalmente composti da anglo-danesi pesantemente armati, perfettamente addestrati e superbamente disciplinati. Erano i migliori fanti dell'Europa del tempo ed anche i fieri norvegesi di Hardraada li tenevano in grande considerazione. L'huscarl mostrato qui (B13), porta il normale e tipico equipaggiamento comprendente un'ascia 'danese' a due mani. Indossa un usbergo piatto; l'elmo conico ha un protegginaso ed un proteggi-collo di cuoio.

Il principale corpo di battaglia dell'antico esercito inglese era il 'select fyrd' dei signori della milizia territoriale, composto dagli uomini liberi (proprietari terrieri, thani e ceorls) che dovevano prestare servizio militare a favore della corona a causa del loro stato sociale. Ogni contea, in Inghilterra, era suddivisa in 'hides' , un'area che variava da regione a regione e poteva misurare dai quaranta ai cento venti acri. Si esigeva che ogni gruppo di cinque hide di terra fornisse un guerriero completamente armato ed addestrato. I thani avrebbero dovuto prestare servizio di persona, ma se la terra in questione era posseduta da più di un uomo, allora questi di solito si accordavano per scegliere ed addestrare uno di loro, dandogli anche sostegno e salario per due mesi di servizio attivo. L'uomo membro del 'fyrd'' ritratto qui (B8) indossa l'elmo d'ordinanza ed il byrnie - in questo caso una giacca 'trellice' di cuoio rinforzata con metallo - ed è ben armato con spada, lancia, pugnale ed un piccolo scudo rotondo con fibbia.
Infine, vi era il grande 'fyrd' - truppe di leva della milizia ammassate dalle contee, usate principalmente per attività locale e difensiva. Queste truppe - uomini di città, uomini senza terra e contadini per i quali il servizio militare era un obbligo personale - erano di sovente messe in congedo poiché erano poco più di una plebaglia mal disciplinata; vi è comunque prova a supporto della credenza che, in qualche misura, la milizia dell'antico esercito inglese del primo periodo fosse in un certo senso un corpo selezionato, o per lo meno alcuni dei suoi membri avevano ricevuto armi adeguate ed adeguato addestramento. Può ben essere, in effetti, che questi inglesi ad Hastings, ritratti sull'Tapisserie de Bayeux armati solo con mazze e pietre, attaccati ai bastoni, sono contadini locali del Sussex che tentavano di vendicarsi degli invasori normanni, piuttosto che membri dell'esercito nazionale di tutta la nazione anglosassone (fyrd N.d.T.) normalmente reclutati. Questo campagnolo armato (B3), è probabilmente meglio equipaggiato della maggior parte dei suoi compagni, e sebbene il suo equipaggiamento per il capo consta di un semplice copricapo a forma di berretto frigio al posto di un elmetto, è in possesso di un byrnie di cuoio robusto e di un piccolo scudo a forma di aquilone, costruito con legno di cedro.

Come l'esercito di Hardraada, le truppe del duca Guglielmo, sebbene per lo più parlassero francese, era di composizione multinazionale (vedi l'illustrazione Tav.C). La leva militare feudale di questo contingente, fortemente disciplinata, era appoggiata da volontari e mercenari dal Maine, Piccardia, Fiandre, Bretagna, Anjiou, Borgogna, Poitou e dei territori normanni dell'Italia del sud. In assenza di testimonianze del contrario, è possibile presupporre con una qualche prudenza che vi fosse una piccola differenza nell'aspetto generale tra le truppe normanne ed i loro alleati. Sicuramente, i soldati francesi e bretoni ritratti sull'Tapisserie de Bayeux, erano armati e vestiti esattamente come gli uomini di Guglielmo.
I corpi d'élite dell'esercito di Guglielmo erano composti dalla sua cavalleria. Il cavaliere medio normanno e quello alleato indossava il tipo di armatura già descritta e combatteva con la lancia, la spada o la mazza (C6). Mentre rappresenta un pomo della discordia tra gli studiosi se l'usbergo indossato da questi uomini fosse nei fatti una camicia tagliata longitudinalmente dal ginocchio all'inforcatura del corpo, là dove cominciano le cosce, oppure la metà più bassa del capo di vestiario composto dai gambali. I guerrieri stilizzati sull'Tapisserie de Bayeux certamente sembrano indossare quest'ultimo.
Comunque si è fatto notare che sarebbe stato estremamente scomodo cavalcare con parti in metallo a contatto con le parti interne della coscia, così, forse, la risposta è, o il taglio dell'usbergo, oppure può essere che se venivano indossati gambali, le parti a contatto con il cavallo non erano corazzate.

Il cavallo da guerra caratteristico di quel periodo era probabilmente molto piccolo; assomigliava nell'aspetto a un Clydesdale e non doveva essere più alto di un cob gallese (cavallo piccolo e robusto N.d.T.)! La sella era costruita in modo tale da evitare che il cavaliere perdesse l'equilibrio all'indietro; cavalcava con le gambe diritte, in altre parole quasi ritto sulle staffe. Tenendo ferma la lancia sotto il braccio poteva così aggiungere il suo peso e l'impeto della sua cavalcatura alla forza del colpo che decideva di vibrare. Comunque - e di nuovo l'intera questione del ruolo svolto dalla cavalleria nel corso di questa campagna è tuttora un altro oggetto di controversia tra gli storici - sembra probabile che, di regola, l'uomo a cavallo dell' XI secolo usava la lancia come un giavellotto. I giorni delle cariche a ranghi stretti della cavalleria, corazzata e con le pesanti lance in resta, erano ancora lontani.
La fanteria di Guglielmo comprendeva armigeri (C11) e arcieri (C3). Il soldato qui mostrato è vestito ed equipaggiato come il suo compagno a cavallo. Il suo usbergo imbottito è dotato di gambali e di cappuccio pezzi di cuoio aggiunti ad una parte del copricapo per far si che l'elmo fosse più comodo (C10).
Con un'eccezione, gli arcieri normanni mostrati dall'Tapisserie de Bayeux non sono protetti da armatura. Alcuni possono aver indossato giustacuori di cuoio, ma i più sembra che abbiano combattuto indossando i vestiti di ogni giorno - una semplice tunica (possibilmente con gambali) e calzamaglia. Molti sono a capo scoperto ma altri portano, come qui, un piccolo copricapo. Vi era la tendenza, nelle maggior parte degli eserciti, a reclutare gli arcieri fra i contadini più umili e questa mancanza di indumenti protettivi doveva essere stata normale.
Il tipo di arco più comune sembra essere stato abbastanza corto (lungo dai tre ai quattro piedi), tirato al petto, con la portata massima di 150 iarde. Le frecce munite di punta d'acciaio venivano portate in una faretra con l'estremità aperta ed appesa alle spalle o sospesa ad una cintura portata intorno alla cintola. L'esercito di Guglielmo poteva anche aver avuto alcuni arcieri a cavallo.

Molti resoconti della battaglia di Hastings alludono anche alla presenza di balestrieri normanni. Di fatto, alcuni studiosi dubitano che la vera balestra fosse proprio stata inventata nel 1066 e certamente nessuna balestra appare nell'Tapisserie de Bayeux.
Questo ci conduce alla dibattuta questione: l'esercito inglese comprendeva o no arcieri? Generalmente si suppone che gli anglo-sassoni usavano l'arco più per cacciare che non come arma da guerra; questa credenza sembra sia stata prodotta dalla mediocre prestazione degli arcieri inglesi ad Hastings. Senza dubbio Aroldo aveva alcuni arcieri nel suo esercito nel Sussex - l'Tapisserie de Bayeux ritrae un giovane arciere sassone, rimpicciolito dai giganteschi huscarles che lo circondano - ma sembra siano stati in numero molto limitato e non erano organizzati come un'arma separata, come lo erano gli arcieri tra i normanni. D'altronde, le testimonianze che abbiamo suggeriscono che l'esercito inglese che aveva combattuto a Stamfordbridge era ben fornito di arcieri. Perché questa differenza? Può essere perché l'esercito a Stamfordbridge comprendeva un numero più alto di soldati arruolati provenienti dalle contee dell'Inghilterra centrale dell'est nel corso della marcia di Aroldo verso nord. Queste aree - parte dell'antica Danelow (zona dell'Inghilterra sotto la giurisdizione danese nel IX e X secolo n.d.t.) - erano popolate da persone che erano, se non di ceppo vichingo loro stessi, vicini di gente i cui antenati avevano fatto vela verso l'Inghilterra nelle loro lunghe navi, generazioni prima. Vi era una forte tradizione nordica relativa all'uso di arco e frecce in guerra - la difesa ad anello di Hardraada a Stamfordgridge, per esempio, era rinforzata da un cerchio interno di arcieri norvegesi - e non dovrebbe essere stato anormale per uomini che provenivano da una regione con forti relazioni con i danesi, aver ereditato anche quella tradizione. Quindi può ben essere che un contingente di anglo-danesi, sembra dal Derbyshire e dal Nottinghamshire, potrebbe aver contenuto una più ampia proporzione di arcieri che non un corpo di armati sassoni provenienti dal Sussex e dal Kent.
Quel che più conta è che gli arcieri erano invariabilmente soldati di fanteria ed è dubbio che qualcuno dei veterani di Stamfordbridge, che mancava di pony ma che desiderava unirsi ad Aroldo per la sua seconda offensive nel sud, possa aver raggiunto Hastings in tempo per prendere parte alla battaglia.

Sia gli inglesi che, soprattutto, i norvegesi, avevano la tendenza a portare la chioma lunga - a volte era intrecciata - e tenevano la barba ed i baffi. La nobiltà normanna, dall'altra parte, era spesso completamente sbarbata ed aveva i capelli tagliati corti sulla nuca (C7). Completamente sbarbato è, comunque, nel contesto dell' XI secolo, un termine relativo. I rasoi primitivi di quel tempo garantivano che anche coloro che non volevano portare la barba erano di solito ben lontani dall'essere ben rasati per la maggior parte del tempo! Una descrizione quasi contemporanea riporta che anche gli inglesi avevano 'le braccia cariche di braccialetti d'oro' e 'la pelle abbellita con disegni tatuati'. Erano, inoltre, 'soliti mangiare finché non si erano rimpinzati e bere fino alla nausea. Queste ultime caratteristiche essi conferirono ai loro conquistatori.....'.

III - Le guerre coi popoli scandinavi

i pensa che, a seguito della sconfitta nel Lincolnshire e della successiva fuga in Scozia, Tostig Godwineson trascorse molte settimane battendo l'Europa del nord nella disperata ricerca di un alleato abbastanza potente e compiacente per intraprendere l'invasione del regno del fratello di Tostig. Finalmente trovò questo partner in Aroldo Sigurdsson di Norvegia. Il gigante norvegese sarebbe stato lo strumento tramite il quale Tostig avrebbe riacquistato il suo regno e si sarebbe preso la rivincita su Aroldo. Per Hardraada, un tentativo per ottenere la corona inglese che avesse ottenuto successo sarebbe stato la realizzazione del sogno di tutta la sua vita. Anche Malcom di Scozia avrebbe ben potuto essere della partita. Sebbene fosse troppo astuto per muoversi apertamente contro l'Inghilterra - provocando così la ritorsione nel caso che l'offensiva di Hardraada fosse fallita - diede, clandestinamente, abbastanza sostegno all'avventura per assicurarsi che, in caso di successo, avrebbe potuto ragionevolmente pretendere un qualche tipo di ricompensa in cambio.

Sebbene sembra che Hardraada non avesse fatto nulla per perseguire la sua dubbia rivendicazione del trono inglese prima dell'apparizione dell'energico e persuasivo Tostig, una volta che ebbe deciso su questa linea d'azione, buttò tutta la sua energia nell'impresa e ben presto recuperò il tempo perduto. In poche settimane era pronto a muoversi. La stupefacente velocità con la quale fu in grado di mobilitare la sua flotta d'invasione perfettamente equipaggiata fu dovuta al fatto che la maggior parte dei sudditi erano esperti guerrieri e le sue navi erano permanentemente in stato di allerta. Questa, in effetti, fu la più grande e l'ultima spedizione di conquista norvegese. In verità fu quasi una migrazione poiché vennero chiamati a prenderne parte metà degli uomini norvegesi abili.
Il grosso della flotta di Hardraada si radunò nel corso del mese di agosto alle isole Sulen, all'imboccatura del fiordo di Sognes, a nord di Bergen (Norvegia centrale, N.d.T.). Il lungo viaggio per l'Inghilterra sarebbe stato effettuato a tappe. Approfittando dello stesso vento da nord che stava tenendo bloccato in porto Guglielmo di Normandia, la flotta norvegese lasciò il punto di partenza e veleggiò verso Bergen. Da qui passò alle Shetland e poi verso le Orcadi, allora entrambe territorio norvegese. Ad ogni tappa si aggiungevano ad ingrossare ancor più i ranghi degli invasori altre navi ed altri guerrieri, compresi capitani e squadre di combattenti provenienti dagli insediamenti del nord in Islanda, nelle isole Faroe, nella Scozia del nord, nelle isole scozzesi ed in Irlanda.
Gli autori delle saghe nordiche, che avevano indubitabilmente il vantaggio della visione del contadino scozzese, affermano che, nonostante questo grande spettacolo di forza, la potente flotta lasciò la Norvegia sotto l'ombra di cattivi auspici ed oscuri presagi poiché gli uomini fecero sogni terribili che predicevano la totale distruzione dell'armata vichinga per mano degli inglesi.

In qualche luogo lontano dalle coste scozzesi o del Northumbria, le forze di Hardraada si incontrarono con le truppe di Tostig, composte dai superstiti delle precedenti scorrerie e uomini che aveva arruolato nelle Fiandre ed in Scozia. Le flotte riunite possono aver totalizzato, proprio al minimo, trecento lunghe navi e, secondo una stima molto prudente, 10.000 combattenti.
Così, all'inizio di settembre, sia dal nord che dal sud, i nemici di Aroldo d'Inghilterra volteggiavano, pronti a colpire. Il colpo proveniente dal nord, però, sarebbe arrivato come una totale sorpresa.
 
 
Le navi alleate scivolarono giù per la costa dello Yorkshire, lanciando pattuglie da sbarco quando arrivarono nel Cleveland, saccheggiando ed uccidendo a Scarborough e nell'Holderness (Inghilterra centro-orientale n.d.t.). Incontrarono in quei luoghi qualche resistenza frettolosamente organizzata, ma i prodi cittadini di Scarborough e l'esercito dell'East Riding, superati di numero nell'Holderness, vennero annientati con poca fatica. Gli invasori quindi si diressero verso l'Humber per colpire il centro vitale dell'Inghilterra del nord, l'antica città di York, seconda solo a Londra quanto a dimensione ed importanza. La minuscola flotta del Northumbria era ormai stata mobilitata e gettò l'ancora a Tadcaster sul fiume Wharfe, senza dubbio sperando, se se ne fosse presentata l'opportunità, di bloccare la via di fuga dei norvegesi. Aroldo Sigurdsson era un lupo di mare troppo vecchio e astuto per essere così superato in abilità strategica; semplicemente gettò l'ancora due miglia prima della confluenza dell'Ouse col Wharfe, a Ricall. Quindi, lasciando un forte contingente di uomini a guardia delle navi, prontamente si avviò con i rimanenti verso York, alcune decine di miglia a nord.

La situazione, che rapidamente si era deteriorata, aveva lasciato il conte di Morkere, giovane ed inesperto, in un dilemma. Non aveva modo di sapere se Aroldo sarebbe venuto o no in suo aiuto. Preoccupato del fatto che il sovrano inglese fosse sotto minaccia normanna, poteva ben aver pensato che una tale eventualità fosse improbabile. Decise perciò di agire per proprio conto e senza ulteriori indugi. Stava comunque operando in circostanze difficili. Vi era, con tutta probabilità, moltissima simpatia per i vichinghi da parte dei suoi sudditi - la stessa York era stata il centro di un regno norvegese in quei tempi - e ciò potrebbe non aver aiutato la sua campagna di reclutamento. Una situazione simile si applicava a suo fratello Edwin il quale, d'altronde, aveva le sue basi troppo lontano nel sud per poter offrire un aiuto immediato. Alcuni storici asseriscono che l'esercito che Morkere alla fine guidò per fronteggiare Hardraada comprendeva uomini provenienti dalle sei contee settentrionali, un forte fyrd del Northumbria centrale ed occidentale ed un grosso contingente del fyrd della Mercia del nord sotto il comando di Edwin. Qualunque fosse la sua composizione esatta, le testimonianze che abbiamo suggeriscono che gli inglesi erano ampiamente superati nel numero, e alcuni autori dubitano persino del fatto che Edwin ed i soldati delle contee centrali d'Inghilterra fossero presenti.
La zona intorno a York era in quei tempi molto piatta e paludosa, anche nel corso di un'estate secca. Morkere, con autentico stile tedesco, fermò il suo piccolo esercito in un campo pesante ed aperto a Gate Fulford (ora un sobborgo di York), bloccando subito la linea di marcia degli invasori. Formò con gli uomini numerosi profondi ranghi, con il lato destro appoggiato all'argine orientale del fiume Ouse e quello sinistro protetto dal fossato paludoso che correva lungo il fianco di Ricall verso la strada per York.

La battaglia che qui ebbe luogo il 20 settembre sembra sia stato uno scontro violento e che durò per la maggior parte della giornata. Sembra che Aroldo Sigurdsson avesse piazzato gli uomini migliori nella parte centrale e sinistra del suo schieramento e sul terreno più compatto, mentre i guerrieri meno esperti - forse le divisioni scozzesi e fiamminghe di Tostig - tenevano la zona vicino al fossato. I bellicosi Northumbriani che combattevano per le loro famiglie e per le loro case, si dimostrarono un ostacolo formidabile e davvero, sul lato sinistro inglese, questi robusti settentrionali cominciavano ad avere la prevalenza, respingendo gradualmente inesperte truppe che avevano di fronte. Ma Hardraada sfruttando pienamente il suo potenziale umano superiore, si spinse implacabilmente avanti con il centro e la sinistra, spingendo i nemici verso il fossato. I Northumbriani, superati strategicamente e nell'equipaggiamento, iniziarono a perdere terreno. I guerrieri di Tostig che si stavano ritirando ripresero coraggio ed ora il fossato, che prima era servito da protezione, divenne una trappola dalla quale pochi inglesi riuscirono a scappare.
Alla fine della battaglia, che sembra si sia allargata almeno fino alle porte di York, l'esercito Northumbriano aveva praticamente cessato di esistere ed il fossato era ostruito dai corpi dei soldati, massacrati ed annegati, che Aroldo Godwineson non poteva permettersi di perdere.

Sebbene oscurata dai due più famosi scontri che seguirono nel 1066, la Battaglia di Fulford ebbe conseguenze decisive sugli eventi successivi. Se Aroldo avesse potuto far arrivare notizie ai conti del nord in tempo per aspettare che si unissero a loro, il loro esercito avrebbe potuto non essere decimato e le forze inglesi congiunte avrebbero avuto un'eccellente occasione per annientare Guglielmo non appena fosse apparso. Così accadde che Edwin e Morkere non furono in grado di rimpiazzare le perdite subite a Fulford in tempo per poter avere un qualsiasi ruolo nella campagna normanna nel sud. Dall'altro lato, le pesanti perdite che l'esercito di Aroldo Sigurdsson aveva sicuramente subito - controbilanciate in dimensione da un certo numero di rinforzi inglesi - potevano solo indebolire la sua prestazione contro Aroldo.
Sebbene la vittoria di Fulford consegnasse York su un piatto a Hardraada e Tostig, questi non fecero alcun passo immediato per entrarvi e prenderne possesso. Anzi Hardraada rimandò indietro i suoi uomini a Ricall dove stavano le navi ed iniziò lunghe trattative con i capi municipali di York riguardo la resa formale della città e la consegna degli ostaggi. In cambio del riconoscimento, da parte degli anziani della città, del re norvegese come loro nuovo capo, acconsentì a non saccheggiare il luogo. Fu un compromesso a vantaggio, naturalmente, del norvegese, dal momento che aveva bisogno di una base per le operazioni future e probabilmente di un rifugio per l'inverno. Hardraada sapeva anche che Aroldo e Guglielmo avrebbero potuto sbarazzarsi di lui prima che potesse sentirsi veramente sicuro; perciò aveva bisogno di tutto l'aiuto e la cooperazione che poteva ricevere dagli inglesi. Ci si accordò che avrebbe avuto luogo un incontro a circa otto miglia a nordest della città, nel luogo dove le strade provenienti da tutte le regioni dello Yorkshire dell'est convergevano al passaggio del fiume Derwent, luogo conosciuto come Stamfordbridge, per la decisione finale sui dettagli relativi al passaggio di mano della città di York.

La mattina di lunedì 23 settembre Hardraada - lasciando indietro ancora una volta un terzo delle sue truppe a Ricall - partì per Stamfordbridge con uno stato d'animo in qualche modo simile a quello che avrebbe avuto se fosse andato in vacanza. Il tempo era bello e faceva molto caldo; la maggior parte dei norvegesi, Hardraada compreso, sembrava avessero allegramente dimenticato le loro pesanti armature. La cavalcata presuntuosa e trionfante era però destinata a terminare in uno scontro; all'appuntamento non trovarono i pochi anziani northumbriani e gli ostaggi, fra i thani che erano sopravvissuti allo scontro di Fulford, ma un risoluto Aroldo d'Inghilterra alla testa di un esercito che cercava vendetta.

Quando i messaggeri provenienti dal Northumbria portarono ad Aroldo la notizia che "re Araldo di Norvegia ed il conte Tostig erano comparsi nei pressi di York", gli si presentò una scelta angosciosa. Avrebbe dovuto continuare la vigilanza nel sud, ben sapendo che il tempo stava rapidamente scorrendo a favore di Guglielmo se il normanno stava per assalire il paese quell'anno, ed occuparsi della minaccia del nord solo quando l'Inghilterra meridionale fosse sicura; oppure avrebbe dovuto muovere immediatamente verso nord, eliminare Hardraada e, tornare indietro in tempo per contrastare uno per volta, con buone speranze di successo, i piani di Guglielmo? Aroldo non esitò; avrebbe marciato verso nord. Si liberò della malattia che lo aveva fino a poco tempo prima afflitto, mobilitò i suoi huscarl e richiamò il fyrd meridionale, da poco congedato.

La marcia di Aroldo verso York viene classificata come una delle grandi azioni di storia militare. In quattro giorni il suo esercitò percorse 180 miglia. Non è possibile dire esattamente quanto grande fosse questa forza militare. La tradizione riferisce che l'esercito si mise in marcia in sette grandi divisioni ed era composto dall'intera forza militare del Wessex, più gli arruolati delle contee provenienti dalle provincie dell'est e dell'Inghilterra centrale, chiamate in aiuto durante la marcia. A queste si aggiunsero volontari provenienti dalle contee più lontane dell'ovest come il Worcester e senza dubbio, i sopravvissuti di Fulford che non avevano abbandonato il combattimento. Sebbene l'affermazione che gli uomini fossero 20.000 è sicuramente esagerata, sicuramente quando Aroldo raggiunse Tadcaster dieci miglia scarse da York, domenica, 24 settembre, era al comando di una forza militare considerevole anche se in qualche modo male assortita e che era presumibilmente la più grande mai mobilitata da un monarca anglosassone.
Dopo aver fatto brevemente riposare gli uomini stanchi ed i pony a Tadcaster, Aroldo, sapendo che i nemici erano ancora beatamente ignari della sua presenza, avanzò verso York. Non vi fu, naturalmente, alcuna resistenza; i cittadini dimenticarono prudentemente il recente giuramento ad Hardraada e precipitosamente garantirono il loro appoggio ad Aroldo Godwineson!

Era circa metà mattina quando i norvegesi raggiunsero Stamfordbridge. Non vi era ancora alcun segno dei rappresentanti northumbriani, così Hardraada lasciò i suoi uomini a riposo ed i soldati, rilassati, si sparpagliarono lungo il prato su entrambe le rive del Derwent.
Improvvisamente venne notata una nuvola di polvere sempre più grande che si alzava sopra la cresta del rilievo un miglio ad ovest. La nuvola di polvere diventò più densa e si distese mano a mano che fila dopo fila i sassoni corazzati apparivano alla vista da dietro la collina.
I raggi del sole di settembre colpivano "le armi risplendenti degli inglesi che erano agli occhi" degli stupiti norvegesi "come giaccio scintillante". Gli alleati erano stati colti completamente impreparati alla battaglia. Né Hardraada né Tostig potevano aver avuto alcuna impressione che Aroldo poteva proprio aver lasciato il sud; questo fatto deve aver portato via molti minuti prima che la terribile verità apparisse loro. Si tenne un precipitoso consiglio di guerra. Tostig sostenne in modo manifesto la necessità di ritirarsi il più velocemente possibile verso le navi, dove gli invasori avrebbero potuto indossare gli indumenti da battaglia e, irrobustiti dalle truppe che già erano là, dare battaglia in condizioni di maggiore equilibrio di forze. Hardraada, comunque, non fece nulla di tutto ciò. Per quanto lo riguardava non vi era alternativa se non quella di accettare lo scontro e, inviando messaggeri a cavallo per richiedere velocemente aiuto a Eystein Orre che comandava gli uomini a Ricall, ordinò agli avamposti di gettarsi a terra sulla riva ovest del fiume e di tenerla il più a lungo possibile, mentre il corpo principale delle sue truppe occupava la posizione sul terreno in salita, circa trecento iarde indietro.

Al di là del Derwent, la retroguardia norvegese armata a metà e condannata alla distruzione vendette cara la vita il tempo necessario per consentire ai loro compagni di raggiungere l'ordine di battaglia di Hardraada. Questi norvegesi erano troppo pochi e gli inglesi troppo numerosi perché la lotta potesse durare a lungo. In quei giorni gli argini del Derwent erano probabilmente molto più ripidi di quanto non sono ai giorni nostri ed il fiume in questo punto era largo circa sessanta piedi. Praticamente l'unica via di fuga per qualsiasi norvegese sopravvissuto, quindi, avrebbe potuto essere attraverso il ponte di legno che, si pensa, si trovasse a circa 100 iarde a valle dell'attuale. Secondo la tradizione inglese, i difensori del ponte resistettero per qualche tempo, finché alla fine un solo vichingo resisteva da solo, con l'ascia che dispensava morte ad ogni sassone che arrivava a portata d'ascia. Alla fine, si disse, questo eroe venne eliminato quando uno degli uomini di Aroldo raggiunse il ponte da sotto e lo pugnalò dal di sotto. La storia divenne sempre più abbellita col passare dei secoli; oggi è possibile leggere di questo prode norvegese, non toccato dalla pioggia di frecce a lui dirette, che uccise almeno quaranta inglesi con una sola mano!
Gli inglesi avendo preso saldamente il ponte, attraversarono il Derwent e si disposero per la battaglia sull'altra sponda. La nostra conoscenza su quanto accadde da questo momento in poi deriva da una sola fonte, il resoconto compilato due secoli dopo da uno scrittore islandese, Snorri Sturluson. Costui è una fonte controversa. Alcuni storici lo respingono in quanto totalmente inattendibile, affermando che avesse, di fatto, confuso questo scontro con la battaglia di Hastings! Si deve dire che la versione di Snorri su quanto accadde a Stamfordbridge non sembra particolarmente simile al racconto oggi accettato del successivo decisivo scontro tra Aroldo e Guglielmo.

La controversia più feroce circa Snorri, comunque, infuria intorno alla sua descrizione del ruolo svolto dai cavalieri inglesi nel corso di questa azione. Secondo Snorri, Aroldo usò la cavalleria per assalire i muri di scudi esattamente nello stesso modo con il quale i normanni lo fecero nel Sussex. Mentre la maggior parte degli storici concordano sul fatto che gli inglesi ed i capi norvegesi meglio armati avessero dato battaglia a cavallo, - questi ultimi su pony catturati - pochissimi concorderebbero sul fatto che gli huscarl ed i thani di Aroldo, o Hardraada ed i suoi comandanti, effettivamente avessero combattuto a cavallo. Questa scuola di pensiero respinge completamente la descrizione di una cavalleria inglese armata di giavellotti fatta da Snorri. Gli anglosassoni, si argomenta, combattevano tradizionalmente a piedi; coloro che cavalcavano pony erano, di fatto, fanteria a cavallo. Vi sono, in verità, testimonianze a supporto di entrambe gli argomenti ma , tutto sommato, sembra di gran lunga più probabile che Stamfordbridge fu essenzialmente una faccenda che riguardò unicamente la fanteria.
Snorri, come molti altri scrittori medioevali, rende interessante la narrazione con episodi che, sebbene possano ben avere qualche fondamento storico, quasi certamente non avvennero nel modo con il quale li descrive. Così, egli vorrebbe farci credere che prima che la battaglia vera e propria iniziasse, un gruppo di venti huscarl pesantemente armati raggiunse la linea di battaglia alleata. Il loro comandante trovò Tostig e gli comunicò che Aroldo lo avrebbe perdonato e gli avrebbe restituito la contea in cambio della promessa di lealtà.

"Se accetto, cosa verrà dato a Re Araldo Sigurdsson per il suo disturbo?" si pensa che Tostig abbia detto. "Sette piedi di terra inglese, o tanto di più quanto egli può essere più alto di un altro uomo?" fu la pronta risposta dell'inviato. Tostig rifiutò l'offerta e solo quando la pattuglia inglese ebbe raggiunto le linee egli rivelò ad Hardraada che il portavoce non era altri che non lo stesso Aroldo.
E' un racconto pittoresco ed alquanto drammatico e, mentre noi dovremmo ben considerarlo immaginario, è possibile che derivi da un effettivo tentativo da parte di Aroldo, prima che la carneficina avesse effettivamente inizio, di isolare Tostig dall'alleato norvegese. Se il re inglese tentò in qualche modo di rompere l'associazione Hardraada-Tostig, senza dubbio fallì. Non vi è testimonianza di alcuna defezione su larga scala tra le fila norvegesi da parte dei Fiamminghi, degli Scozzesi e degli Inglesi esiliati, ed i comandanti alleati rimasero uniti fino alla morte.
La calma relativa che aveva seguito la cattura del ponte venne subito infranta dal suono delle trombe e dalle selvagge grida di battaglia quando gli inglesi, in risposta all'ordine di attacco di Aroldo, incominciarono a muovere in avanti su per il pendio e verso i norvegesi in attesa. Araldo Sigurdsson, si è detto, aveva allineato le truppe in formazione da battaglia su una linea "lunga ma non profonda". Quindi aveva fatto curvare indietro entrambe le ali fino a che si toccarono, formando un cerchio vuoto o forse una formazione a triangolo. Venne ordinato agli uomini di mettere avanti le lance, in modo da formare un'irta barriera di acciaio all'interno della quale vennero piazzati gli arcieri ed i pochi cavalli dei norvegesi vennero impastoiati.

Seguì il solito reciproco lancio di proiettili. Quindi gli huscarl ed i thani, appoggiati dalla fanteria del fyrd, si scontrarono violentemente contro questo muro di uomini armati; l'aria del pomeriggio settembrino risuonò del terrificante urto e del clangore della primitiva battaglia. Sebbene la lotta fosse particolarmente selvaggia e prolungata, gli inglesi, forti della loro superiorità numerica e del loro migliore equipaggiamento, ben presto incominciarono ad irrompere nelle linee alleate e subito all'inizio della battaglia Hardraada, torreggiante sopra le truppe al servizio del sovrano piazzate nei pressi di "Landravager", venne abbattuto ed ucciso da una freccia inglese. Questo deve essere stato un duro colpo per il morale degli alleati, sebbene i norvegesi non si infransero. Incoraggiati dalla grande bionda figura di Tostig, ora solo al comando, combatterono ferocemente. Anche quando a giorno inoltrato anche Tostig cadde - abbattuto, si dice, da un'ascia inglese a due mani - i norvegesi ora senza comando, con i muri di scudi che crollavano e con sempre maggiori perdite, continuavano a resistere. Tenevano ancora la posizione in piccoli gruppi isolati, quando il contingente di Ricall sotto il comando di Eystein Orre infine arrivò. Questi uomini avevano marciato a tappe forzate con addosso il pesante equipaggiamento militare e nonostante un feroce attacco iniziale contro gli affaticati sassoni, erano troppo esausti e troppo in ritardo e probabilmente troppo pochi per mutare l'esito della battaglia a favore dei vichinghi. Ora niente poteva arrestare gli uomini di Aroldo, e quando lo stesso Eystein Orre morì, la resistenza norvegese crollò definitivamente. Il Landravager che aveva orgogliosamente sventolato sul campo di battaglia per tutto il giorno, venne calpestato quando i sopravvissuti dell'ultimo esercito vichingo che mai avesse minacciato l'Inghilterra si spezzarono e fuggirono nella sopraggiunta oscurità, inseguiti dall'esercito vittorioso.

La vittoria di Aroldo fu completa. La misura di questa vittoria può essere giudicata dal fatto che quando tutti i feriti ed i soldati sbandati che sopravvissero alla battaglia ed all'inseguimento alla fine si riunirono, riempirono solo 24 delle navi con le quali Hardraada e Tostig avevano trasportato l'armata del nord, meno di un mese prima. Il sovrano inglese poteva permettersi di essere generoso. In cambio di un giuramento che prometteva di mantenere la pace e l'amicizia con l'Inghilterra, ad Olaf, il giovane figlio di Hardraada che era rimasto con la flotta a Ricall, fu concesso di ritornare in Norvegia con il corpo del padre. I norvegesi abbastanza fortunati da sopravvivere ad entrambe le battaglie ed all'attacco inglese alla base navale, che si era concluso con l'incendio di numerose navi, andarono con lui.
La rischiosa impresa di Aroldo aveva avuto pieno successo; aveva sbaragliato ed ucciso il temibile Hardraada, aveva annientato tutto il suo esercito e catturato la sua flotta. Nel fare ciò, comunque, immense erano state le sue perdite. Queste erano inoltre ricadute sulle sue migliori truppe e sarebbe stato necessario del tempo per riparare il danno. Questo tempo non gli venne concesso.
Benché fosse urgente ritornare nel sud, Aroldo avrebbe dovuto passare alcuni giorni nel nord, impegnato nelle trattative con Olaf e nella risistemazione del Northumbria sotto l'autorità di Morkere, mentre i suoi soldati esausti si prendevano un ben meritato riposo. Un giorno, intorno al 1° ottobre, la notizia che meno egli desiderava ascoltare, arrivò; Guglielmo di Normandia era sbarcato a Pevensey, nel Sussex. Alcuni resoconti affermano che Aroldo era seduto ad un banchetto per la vittoria a York quando gli venne data la notizia; egli e quegli uomini che potevano mettersi in marcia, avrebbero ben potuto, infatti, in quel momento, essere già sulla strada per Londra. Per la maggior parte di quegli uomini, quel viaggio li avrebbe condotti alla fine nel luogo della loro morte, su un crinale sopra il porto della città di Hastings, nel Sussex. La battaglia verso la quale stavano cavalcando non sarebbe stata simile a quella che avevano appena combattuto, ma avrebbe segnato il destino dell'Inghilterra anglosassone.

IV - Guglielmo il Conquistatore

i dice che il duca Guglielmo di Normandia stava per uscire per la caccia nel suo parco a Quevilly vicino a Rouen, quando arrivò un messaggero per informarlo che Aroldo Godwineson era stato incoronato re d'Inghilterra. Il re era, al principio, così fuori di sé per la collera che i suoi accompagnatori avevano paura di avvicinarsi. Gradualmente man mano che l'ira decresceva, si sviluppò al suo posto una fredda, calcolata decisione. Guglielmo si sarebbe lanciato nell'invasione dell'Inghilterra e strappato la corona ad Aroldo con la forza. Questa, naturalmente, è la versione "ufficiale" la quale implica che Guglielmo, come legittimo erede al trono inglese, naturalmente si aspettava di essere invitato alla successione dopo la morte di Edoardo. Infatti egli deve essere venuto a conoscenza che avrebbe probabilmente dovuto combattere per il privilegio di diventare il primo sovrano normanno d'Inghilterra.
Guglielmo era sia un buon diplomatico che un buon soldato; immediatamente intraprese un'operazione di pubbliche relazioni abilmente concepita, destinata a difendere la propria causa mentre demoliva quella dell'inglese. Tenne una serie di assemblee e conferenze in ogni parte del suo ducato ed inviò emissari alle corti di Francia e delle Fiandre e dal Papa a Roma, facendo pubblicità all'imparzialità della sua causa. Guglielmo sapeva che la Normandia da sola non aveva le risorse per sfidare la forza dell'Inghilterra, ma il suo colpo magistrale stava per ottenere il sostegno del Papa Alessandro III. Da principio anche i suoi stessi baroni avevano bisogno di essere convinti che il progetto che stava proponendo offriva qualche possibilità di successo. La loro volonterosa cooperazione era essenziale, poiché anche i venti giorni di servizio militare che davano a turno era tutto ciò che Guglielmo poteva chiedere loro come diritto feudale ed in nessun modo si estendeva oltre i confini di Francia. Comunque, sfidando l'onore ed il coraggio degli uomini, eccitando la loro bramosia con promesse di bottino ed acquietando ogni tormento della coscienza ricordando loro di sovente che l'invasione che si prefiggeva aveva la benedizione di Roma, il duca normanno non solo ottenne il sostegno interno, ma ben presto attirò sotto il suo stendardo volontari e mercenari da tutta l'Europa dell'ovest.
Il successivo compito di Guglielmo era quello di costruire una forza d'invasione. A differenza di Aroldo e Hardraada, egli non possedeva già una flotta, così avrebbe dovuto cominciare da zero. A quei signori ed a quei baroni che erano d'accordo nel seguirlo, venne richiesto di fornire uomini e navi come pure i propri servigi; la dimensione di ogni contingente dipendeva dal rango e dallo status dei suoi comandanti, così come l'entità delle ricompense da ripartire dopo la vittoria. Guglielmo costrinse al servizio un intero esercito di carpentieri e maestri d'ascia in diversi porti lungo tutta la costa della Normandia ed a partire da maggio la sua flotta cominciava a prendere forma quando ciascun vascello in fase di completamento venne fatto salpare verso il punto di riunione alla foce del fiume Dives, 14 miglia a nordest di Caen ed a circa 100 miglia in direzione sud dal Sussex.
Queste navi - trasporti truppe, navi da battaglia e da trasporto - erano di tipi diversi e di diverse misure; la maggior parte sembra siano state imbarcazioni col ponte scoperto, con i fianchi larghi, lunghe circa cinquanta piedi, ciascuna delle quali aveva un'ampia vela ed un piccolo remo per timone. Erano stati costruiti per attraversare il canale una sola volta e dovevano avere vento favorevole per prendere l'abbrivio. Questa limitazione dovette essere un fattore estremamente importante nella regolazione della corsa di Guglielmo ed Araldo Sigurdsson per il trono d'Inghilterra.
Entro la seconda settimana di agosto Guglielmo era pronto per salpare. In meno di tre mesi aveva arruolato, riunito ed equipaggiato una forza di invasione anfibia composta da circa 12000 uomini e 700 navi. Non aveva solo questo ma anche, in aggiunta, era riuscito a trovare il modo di trasportare forse 4000 cavalli da battaglia; nessun altro generale occidentale aveva mai tentato prima una cosa del genere.
Fu un'impresa notevole, che rivelava chiaramente la tremenda energia del duca e la sua abilità organizzativa. Guglielmo, comunque, non poteva organizzare il tempo; per tre settimane o più venti contrari impedirono alla sua flotta di prendere il mare. Quando, all'inizio di settembre, il vento iniziò a soffiare da sud e la superba e gaiamente vestita armata fu finalmente in grado di spingersi nel Canale, una violenta tempesta si alzò improvvisamente e le navi normanne dovettero battere in rapida ritirata verso il porto di St. Valery, 20 miglia ad ovest di Dieppe. (Alcuni resoconti affermano che Guglielmo aveva sempre ritenuto che St. Valery doveva essere il punto di partenza finale per l'invasione e quando la tempesta colpì egli stava andando là). In entrambe i casi fu un inizio infausto per una campagna di guerra:
le navi e le provviste erano state danneggiate e perse, uomini e cavalli erano annegati e, con la ripresa del vento da nord, Guglielmo sempre più arrabbiato e frustrato fu costretto a trascorrere un altro periodo di forzata inattività. Infatti, malgrado i ritardi e questo temporaneo impedimento, le condizioni metereologiche, che sarebbero state di suprema importanza nel determinare le conseguenze degli eventi, ci mostrano ora quanto abbiano lavorato uniformemente e stranamente per Guglielmo e contro Aroldo.
Poiché, se in verità il normanno era stato in grado di partire come in origine aveva pianificato, avrebbe dovuto combattere contro l'intera flotta inglese e con l'esercito mobilitati; le sue probabilità di successo sarebbero state scarse. Per come stavano le cose, l'audacia vichinga che era alla base di tutti gli accurati preparativi di Guglielmo, sarebbe stata ricompensata in pieno. Quando il cambiamento della direzione del vento il 27 settembre rese alla fine possibile un nuovo tentativo di attraversamento della Manica, in mare non vi erano navi inglesi, ed Aroldo con i suoi uomini erano lontani, a nord. Lo sbarco normanno nella baia di Pevensey, la mattina del 28 settembre, non incontrò alcuna opposizione.
Quando Guglielmo imbarcò le sue impazienti truppe per quel decisivo viaggio notturno, stava navigando verso l'ignoto nel vero senso della parola. Avrebbe dovuto aver saputo che Aroldo aveva dovuto congedare il fyrd, era stato messo al corrente dell'invasione dello Yorkshire da parte di Hardraada e, sicuramente, della sua vittoria a Fulford. Ma non avrebbe fatto in tempo a venir a sapere della battaglia di Stamfordbridge, combattuta solo due giorni prima, e così non aveva modo di conoscere se il prossimo confronto sarebbe stato con il re o con il pretendente norvegese.
Pevensey era stata evidentemente scelta con cura da Guglielmo poiché era il luogo della costa del Sussex più idoneo ad accogliere lo sbarco del suo esercito. Qui la linea costiera è drammaticamente cambiata dal 1066; in quei giorni la baia di Pevensey era un'ampia e riparata laguna che permetteva l'accesso ad una penisola isolata, quasi attorniata da un fossato ed il cui unico legame con il retroterra a nord era una stretta sella di terreno larga meno di un miglio. Qualsiasi esercito che si fosse avvicinato avrebbe dovuto avanzare lungo questo contrafforte montano.
Guglielmo si trattenne a lungo a Pevensey per costruire un castello di legno prima di muovere le truppe e le navi verso est, ad Hastings, dove venne eretta un'altra palizzata che serviva come posto d'osservazione e come ultima trincea-rifugio se tutto fosse andato male.
Gli invasori erano arrivati nel Sussex da circa una settimana quando Guglielmo ricevette la notizia della vittoria di Aroldo su Hardraada. Ora, finalmente, sapeva quale avversario doveva vincere. La questione essenziale era ora che effetti avrebbe avuto la vittoria di Stamfordbridge. Aroldo si sarebbe precipitato a sud, come sperava il duca normanno, e dato battaglia sul terreno scelto da Guglielmo, o si sarebbe trattenuto, bloccando i trasgressori impertinenti dentro la stretta area nella quale erano sbarcati, e li avrebbe o presi per fame o aspettato la primavera per attaccarli con forze schiaccianti?
I Normanni, come se volesse incoraggiare Aroldo ad adottare la prima delle due politiche, appena arrivati, dettero inizio ad un dominio di terrore. Gli insediamenti attorno ad Hastings vennero sistematicamente saccheggiati e quindi distrutti; gli abitanti sopravvissuti vennero scacciati per ogni dove a spargere la notizia della devastazione.

Aroldo Godwineson - con un'altra epica marcia forzata - aveva raggiunto Londra il 5 ottobre con quegli huscarl e quei thani a cavallo adatti al compito. Sembra verosimile che mentre il re ed il suo corpo di truppe scelte avevano raggiunto il sud, altre truppe stavano raggiungendo Londra con passo meno veloce, diffondendo notizie sulla grande vittoria di Aroldo e reclutando uomini per la prova d'armi che avrebbe presto avuto luogo. Gli altri veterani di Stamfordbridge con le ossa stanche, i soldati di fanteria del fyrd, avevano preso la via del sud come meglio avevano potuto.
Per il 12 ottobre, la maggior parte dell'esercito di Aroldo era concentrato nella capitale. Era una forza improvvisata. La velocità degli avvenimenti, le recenti perdite in battaglia, le comunicazioni insufficienti, le strade primitive e in alcune regioni la semplice indifferenza, tutto ciò fece in modo che la formazione di un esercito pienamente disciplinato e rappresentativo venisse ostacolata. La più grande preoccupazione di Aroldo non era tanto quella nei riguardi della quantità di truppe che poteva radunare nel poco tempo disponibile, ma la loro qualità. Di fatti dei due eserciti che si fronteggiarono ad Hastings, quello di Aroldo probabilmente era il più numeroso; ma mentre l'armata alleata in campo era composta da soldati ben equipaggiati e disciplinati che erano stati completamente addestrati da Guglielmo durante mesi di preparazione in Normandia, la maggior parte della forza anglosassone era composta da abitanti delle campagne armati che erano stati messi in campo per questa emergenza.
Aroldo trascorse circa cinque giorni a Londra per preparare l'offensiva ormai prossima. Sono state fatte molte congetture su quale fosse esattamente il suo piano. Molti scrittori affermano che aveva l'intenzione di sorprendere Guglielmo con la rapidità della sua avanzata, come fece con Hardraada a Stamfordbridge. Sicuramente la sua strategia si sarebbe basata su una completa conoscenza della regione di Hastings; era il suo territorio natio. Conosceva il crinale che proteggeva l'unico accesso alla penisola, e può essere infatti che egli decise che sarebbe stato un compito semplice presidiare questo stretto fronte anche con le inadeguate risorse a sua immediata disposizione. In altre parole, avrebbe costretto i normanni a restare nella loro base finché, manovrando con la flotta alle spalle, avrebbe potuto attaccare frontalmente Guglielmo con forze schiaccianti. Se questo era il piano, Aroldo fece un grave e fatale errore di calcolo. Forse a causa della tensione dovuta ad un breve ma impegnativo ruolo di sovrano, gli sforzi delle poche precedenti settimane incominciavano ad intaccare la sua capacità di giudizio ed anche il dinamismo che aveva nel passato caratterizzato ogni sua azione, non erano così chiari nel corso delle ultime tappe della sua campagna. Sebbene Aroldo mostrasse tutte le passate abilità nello schieramento delle truppe, e sebbene la sua audacia nell'azione rimanesse indiscussa, la sua comprensione degli eventi non era forse così acuta come quella del più giovane avversario, il quale si stava rivelando stratega completo e più scaltro. Sembra che Aroldo sottostimasse gravemente la forza del nemico e la determinazione dei suoi comandanti. Avrebbe respinto relazioni che parlavano di un gran numero di uomini a cavallo tra l'armata normanna, ritenendole una madornale esagerazione. Se così fu, era in arrivo una spiacevole sorpresa.
Giovedì 12 ottobre, Aroldo lasciò Londra con circa 5.000 uomini. Di questi, i suoi superbi huscarl non potevano essere più di 1.500 circa. Seguendo un'usanza da tempo rispettata, aveva scelto un albero isolato come punto di incontro predefinito. Vennero inviati messaggi affinché tutti i ritardatari raggiungessero "il luogo del vecchio melo", abitualmente identificato come la collina di Calbeck, 9 miglia a nord di Hastings. Altri uomini si sarebbero aggregati durante il percorso e per tempo gli inglesi uscirono dall'enorme foresta chiamata Andredsweald che ricopriva circa 400 miglia quadrate del Sussex dell'est, verso gli ondulati accessi alla costa, nei pressi di Sedlescombe; il loro numero doveva essersi considerevolmente ingrossato. Aroldo e le sue truppe a cavallo avevano sicuramente raggiunto il vecchio melo nella giornata di giovedì, e presumibilmente gli ultimi arrivi ed ulteriori rinforzi sarebbero arrivati nel corso della notte.
Il giorno successivo, (il superstizioso potrebbe notare la data: venerdì 13!) Aroldo iniziò ad inviare l'esercito sempre più numeroso verso l'importantissimo crinale un miglio distante. Avrebbe sicuramente usato questi uomini come forza per chiudere l'unico passaggio attraverso il quale gli invasori avrebbero potuto fuggire e per dargli il tempo per costruire la sua capacità di resistenza e probabilmente alzare fortificazioni lungo il fronte nemico. Sembra improbabile che egli intendesse lanciare i suoi stanchi soldati in un attacco a tutta velocità verso i normanni, i quali erano in ogni modo in vista. Le truppe di Guglielmo vennero disseminate intorno alla penisola per molte miglia verso sud.
La strategia dei comandanti inglesi sembra si sia basata sulla supposizione che Guglielmo, colto di sorpresa e paralizzato dalla velocità del suo avversario, non avrebbe fatto nulla. Senza dubbio il duca normanno ricevette un colpo quando i suoi informatori gli segnalarono l'improvviso apparire sul crinale delle truppe sassoni; sarebbe però stato lontano dal suo carattere sottomettersi docilmente pur essendo circondato, mentre i nemici crescevano di continuo. Ritrovando velocemente l'energia, si accorse subito che la sua unica possibilità era attaccare Aroldo appena possibile, prima che gli inglesi potessero instaurarsi in posizione dominante ed in sovrannumero. Egli aveva alla fine sperato che Aroldo l'avesse raggiunto e che l'esito si sarebbe velocemente deciso, piuttosto che fronteggiare i pericoli derivanti dal lasciare la sicurezza della testa di sbarco, e ciò a causa della diminuzione dei rifornimenti con un re ostile ed un esercito ancora in libertà.
Guglielmo decise, quindi, di attaccare gli inglesi il giorno successivo. Sarebbe stato il turno di Aroldo ad essere sorpreso, e, forse, un poco spaventato dalla velocità della reazione dei nemici, poiché tutti i resoconti concordano che l'assalto normanno fosse inaspettato e lanciato prima che Aroldo avesse potuto riunire tutte le truppe.
L'aurora irruppe sul mattino di sabato, 14 ottobre 1066, intorno alle 5.30 ed il sole sorse alle 6.20. I normanni ed i loro alleati si alzarono presto. Erano in marcia per le 6, e meno di tre ore dopo, Guglielmo che aveva innalzato il suo stendardo sulla collina di Telham, si dirigeva alle posizioni di battaglia nei prati al di sotto delle posizioni inglesi.
Questo esercito, che contava circa 7.500 uomini - esclusi i non combattenti e gli uomini della retroguardia - era distribuito in tre divisioni. La più numerosa, di circa la stessa dimensione delle altre due messe insieme, era la divisione centrale normanna, nominalmente sotto il comando dello stesso Guglielmo. Il fianco destro, comandato da Roger de Montgomerie, comprendeva truppe francesi, fiamminghe e mercenari stranieri; sulla sinistra, vicino al campo di gioco dell'attuale Scuola di Battle Abbey, si trovavano i bretoni e gli uomini dell'Anjou e del Maine, sotto il comando di Alan Fergent, conte di Bretagna. Ciascuna divisione era, in realtà, un sotto esercito composto di arcieri, soldati di fanteria e cavalleria. La posizione d'onore andava agli armati a cavallo, l'equivalente degli huscarl inglesi. Ogni cavaliere presente era passato attraverso un tirocinio, di solito prestava servizio all'interno di un grande gruppo, imparando l'arte di combattere a cavallo ed aveva qualche esperienza di disciplina militare. Il fatto che in molti dei contingenti militari comandati dai "compagni" di Guglielmo, i singoli cavalieri dovevano essersi conosciuti l'un l'altro in modo approfondito, significava che quelle formazioni possedevano una coesione interna che ai dilettanti frettolosamente radunati da Aroldo gravemente mancava.

Sull'altro lato della piccola valle, anche l'esercito inglese si stava preparando per la battaglia. I Sassoni, stanchi morti dopo la lunga marcia, si erano alzati da poco. La posizione scelta da Aroldo, comunque, era forte. Il crinale senza nome sul quale si erano radunati era largo circa mezzo miglio e formava la cresta meridionale più allargata del contrafforte che correva in direzione nord verso la collina di Calbeck. Il crinale era uno spartiacque; l'area circostante - il terreno attraverso il quale i normanni avrebbero dovuto avanzare - era irregolare, rotto da torrenti e in gran parte non coltivato. Entrambe i fianchi erano protetti da acquitrini.
Dovevano esserci ora qualcosa come 8.000 inglesi ammassati sotto gli stendardi da battaglia di Aroldo. I ritardatari, evidentemente, continuarono ad arrivare per tutta la giornata e la ragione che venne attribuita a qualche defezione fu che vi erano talmente tanti uomini che si accalcavano sul crinale che, per alcuni di questi, non vi era abbastanza spazio per poter usare le armi!




V - La battaglia di Hastings

ebbene sembra che il muro di scudi inglesi ad Hastings fosse una formazione più compatta del solito, possiamo presumere che gli huscarl ed i thani, che probabilmente formavano i ranghi avanzati, avevano fatto in modo da avere abbastanza spazio per far ruotare le spade e le asce. Paragonati ai loro avversari, gli inglesi erano davvero un ammasso eterogeneo. Meno di un terzo indossava elmi ed armature; la maggior parte indossava gli abiti di tutti i giorni; molti portavano scudi improvvisati, costruiti con tavole di legno, e nelle loro fila includevano anche piccoli contingenti guidati da ecclesiastici combattenti come Aelfwig, abate di Winchester. (Alla fine della giornata questo prode uomo di chiesa, insieme a dodici seguaci, sarebbe stato atterrato a morte in mezzo alla zona a forma di cuneo ed tra le macerie della battaglia.).
Aroldo aveva piazzato la sua postazione di comando sul punto più alto del crinale, dove sarebbe stato posto l'Altare Maggiore della Battle Abbey; da qui gli ordini di tenersi saldi venivano trasmessi alle truppe. Ormai impegnato nella battaglia, il sovrano inglese senza dubbio sperò che una volta che i normanni si fossero sfiniti in faticosi e formali assalti, sarebbe stato in grado di contrattaccare e distruggerli completamente. Un tale piano, comunque, richiedeva una buona quantità di autocontrollo e disciplina da parte dei difensori; una merce presente in quantità insufficiente tra l'impaziente folla che componeva il fyrd; gli uomini battevano i piedi, imprecavano e scherzavano aspettando l'attacco normanno.
La tensione inevitabile che precede ogni battaglia venne immediatamente liberata quando lo squillo acuto delle trombe segnalò l'inizio delle ostilità. La prima azione giunse dagli arcieri alleati. Quando avanzarono camminando a fatica attraverso la vallata fangosa, gli uomini delle linee opposte si strinsero per proteggersi dalla tempesta che stava per scoppiare. A circa 100 iarde dalle posizioni sassoni, gli arcieri si fermarono ed iniziarono a lanciare scariche di frecce fischianti verso le linee inglesi.
Qui e là una freccia colpiva il bersaglio, ma la maggior parte fecero fracasso contro la barriera degli scudi come una grandinata, oppure sorvolarono in modo inoffensivo le teste degli inglesi e caddero oltre, nelle gole e nei burroni. Pochi arcieri inglesi erano riusciti a raggiungere l'adunata di Aroldo in tempo, così, praticamente, vi era una circolazione di frecce a senso unico. In breve tempo i tiri scemarono, quando le faretre si svuotarono e uno per uno gli arcieri si ritirarono per far posto agli armigeri.
Era ora il turno dei soldati di Guglielmo di sopportare una grandine di proiettili. Quando la fanteria alleata lentamente avanzò su per la collina ed arrivò a poche iarde dalla falange di scudi, fu salutata da una pioggia apparentemente interminabile di giavellotti, asce da lancio e pietre fissate su pezzi di legno. Coloro che fuggivano perché trafitti o perché avevano la testa rotta e le ossa fracassate da questo snervante tiro di sbarramento, erano poi esposti ai colpi mortali delle lame, delle alabarde e delle asce inglesi quando i due eserciti si avvicinarono.
Sembra certo che in questo scontro iniziale, i thani, gli huscarl e gli uomini del fyrd ebbero la meglio sugli avversari. Per lo meno un cronista normanno testimonia la grande possanza fisica dei guerrieri inglesi - in modo particolare degli huscarl - che possedevano, in aggiunta, il vantaggio della pendenza. Le asce impugnate a due mani spaccavano scudi ed usberghi con facilità allarmante e presto la velocità del massacro lungo il crinale rallentò quando i soldati di fanteria normanni colpiti cessarono di combattere.
Il fondo della vallata tremò al suono degli zoccoli e lo scenario autunnale venne ravvivato dalle bandiere da segnalazione vivacemente colorate che ondeggiavano sopra una foresta di elmi luccicanti quando la cavalleria del duca Guglielmo andò all'attacco. Questi cavalieri non cercarono l'assalto in massa e frontale contro gli inglesi strettamente raggruppati, poiché i loro cavalli si sarebbero in ogni caso spaventati di fronte ad un ostacolo così terrificante. Invece galopparono fino ad arrivare a poche iarde del muro di scudi in piccoli gruppi, lanciarono i giavellotti, quindi cercarono di sfruttare ogni breccia provocata dalle perdite derivanti facendo ruotare le mazze e dando stoccare con la spada. Gli inglesi diedero loro una calda accoglienza; asce da lancio, mazze e lance, abbatterono sia uomini che cavalli e nella lotta corpo a corpo le asce a due mani si dimostrarono efficaci come nella precedente mischia. Insulti, imprecazioni e grida di battaglia si mescolarono al clangore delle armi ed alle urla degli animali e dei soldati feriti. "Fuori! fuori!", urlavano gli inglesi, "Dex Aidel!" (Dio ci aiuti!), gridavano i normanni in risposta. Nessuna fazione era in grado di capire le parole dell'altra, ed agli invasori che parlavano francese, l'inglese sembrava l'abbaiare dei cani! Allora, improvvisamente, durante questa carneficina, il morale della divisione bretone, alla sinistra degli alleati, si lasciò spezzare. Sembra che questi uomini fossero i meno esperti tra le truppe di Guglielmo. Erano stati reclutati soprattutto nelle aree rurali più arretrate (alcuni precedentemente erano banditi) e pochi avevano già avuto esperienze di battaglia. Messi a disagio dalla furiosa e forse inaspettata resistenza incontrata, queste truppe, uomini a cavallo e soldati di fanteria, iniziarono una ritirata disordinata giù per il pendio per potersi riunire di nuovo. La parte rimanente dell'esercito di Guglielmo osservò con inquietudine questo movimento all'indietro; la divisione normanna, spaventata dal fatto di aver esposto il fianco destro, iniziò anch'essa a ritirarsi. Ormai i semi della paura avevano iniziato a spargersi quando si aggirò la voce che Guglielmo fosse stato ucciso e la ritirata minacciò di trasformarsi in rotta.
Guglielmo, in quale nei fatti non aveva ancora preso parte alla battaglia, si rese immediatamente conto del pericolo e si piazzò sulla traiettoria dei soldati atterriti. Togliendosi l'elmo dalla faccia in modo tale che potessero vederlo vivo, non solo riuscì a fermare la loro ritirata ed a restituire loro la fiducia in se stessi, ma ardentemente colse al volo l'opportunità d'oro che questo imminente disastro gli aveva offerto.
La vista dei bretoni in completa ritirata aveva messo sin troppo alla prova i sovreccitati soldati contadini lungo il fianco destro del muro di scudi. Facendosi largo a spallate oltre il bordo esterno formato dai thani e dagli huscarl, erano partiti all'inseguimento. In mezzo agli acquitrini ed al pantano ai piedi della collina, erano riusciti a raggiungere alcuni degli alleati occidentali di Guglielmo che si muovevano faticosamente nel fango, disarcionarono gli sfortunati nemici e li massacrarono con entusiasmo prima di proseguire la corsa selvaggia in profondità nelle linee normanne. Guglielmo a questo punto guidò i suoi cavalieri contro questi audaci campagnoli i quali, mancando di armature e sorpresi su un terreno aperto e piatto, vennero presto a loro volta massacrati. Alcuni tentarono di opporre resistenza su una piccola collinetta, ma non furono in grado di resistere a lungo e pochi o nessuno, riuscirono a riguadagnare le linee inglesi.
Aroldo deve aver osservato questo massacro con orrore e collera, ma non vi era nulla che potesse fare. L'episodio confermava la correttezza del suo ordine di star fermi. L'unica speranza per le truppe inglesi era quella di tenere la posizione finché l'esercito di Guglielmo non fosse più in grado di scagliare un attacco.
Questa, per lo meno, è l'interpretazione tradizionale di questa fase della battaglia. Alcuni autori suggeriscono che la carica della milizia poteva esser stata, nei fatti, un contrattacco condotto, forse, dai fratelli di Aroldo, Gyrth e Leofwine che fallirono il colpo, mentre altri criticano il capo inglese per non aver mosso all'offensiva l'intera sua forza quando gli alleati mostrarono per la prima volta segni di disgregazione. La verità è che questi eventi ebbero luogo troppo tempo fa ed i resoconti di coloro che sono sopravvissuti sono troppo unilaterali, troppo pieni di esagerazioni e troppo distorti dal mito affinché chiunque oggi possa essere in grado di fare altro che non elaborare congetture intorno a gran parte di quanto accadde in quel giorno sanguinoso.
Gli sforzi della mattinata avevano lasciato entrambe le parti malconce e bisognose di riposo; vi fu quindi una pausa mentre Guglielmo ricompattò di nuovo le sue bistrattate divisioni ed Aroldo tentò di riparare alcuni dei danni causati dalla perdita di così tanti soldati del fyrd. Le provviste e l'acqua vennero ben presto divorate, i feriti soccorsi, i morti sgombrati per il prossimo scontro.
Attorno a mezzogiorno, gli arcieri normanni, dopo aver riempito le loro faretre, scagliarono di nuovo una grandinata di frecce contro il muro di scudi, come preludio ad un altro assalto della fanteria. Dopo aver fatto arretrare gli armigeri, i cavalieri alleati ripeterono le loro assalti contro i ranghi inglesi e scaricarono le lance prima di attaccare i punti deboli della linea difensiva. Evidentemente Guglielmo continuò questo tipo di attacco nel corso di tutto il pomeriggio. Questi attacchi alternati di arcieri, soldati di fanteria e cavalleria non solo gli permettevano la mobilità negata al muro di scudi di Aroldo, il quale poteva solo star fermo e "prenderle", ma ciò significava anche che le sue truppe potevano per lo meno fare qualche pausa tra un assalto e l'altro.
Ma mentre vi era poca o nessuna diminuzione di pressione per i ranghi frontali dell'esercito di Aroldo, la tenace linea inglese continuava a tenere duro. I combattimenti lungo il crinale divennero sempre più accaniti e sconnessi. Si disse che a Guglielmo, che ora guidava personalmente i suoi cavalieri, vennero uccisi ben tre cavalli. Due volte, ci raccontano le cronache normanne, la sua cavalleria inscenò finte ritirate per provocare all'inseguimento un numero maggiore delle tormentate truppe di Aroldo e per poterle massacrare in campo aperto. Ancora una volta, forse, queste erano sortite messe in scena per sfruttare qualche successo parziale o anche, per recuperare lance ed asce, ma che si spinsero troppo lontano. Ad un certo punto nel corso di questa logorante battaglia, Gyrth e Leonwine vennero uccisi, denotando che per il momento gli alleati stavano probabilmente per iniziare ad effettuare serie incursioni nelle affaticate linee sassoni. Comunque, tra i ranghi degli huscarl e degli uomini della milizia vi era un evidente indietreggiare, la loro posizione e gli accessi a questi erano cosparsi di inglesi morti, come pure di corpi di alleati che formavano uno spesso strato sul terreno inzuppato di sangue; ai cavalieri esausti e stravolti ed agli armigeri la vittoria deve esser sembrata lontana come non mai. Il dragone d'oro del Wessex ancora si increspava con aria di sfida sopra le teste dei difensori.
Era ora pomeriggio inoltrato; Guglielmo disperava di assicurarsi la vittoria prima che le tenebre giungessero in soccorso dei sui tenaci nemici. Decise quindi di modificare la sua tattica. Ordinò agli arcieri di scagliare le frecce restanti alte nel cielo, cosicché cadessero a pioggia sopra i soldati meno armati nelle retroguardie inglesi. (Questa scelta può essergli venuta in mente poiché dopo sei o sette ore di lotta le formazioni si erano completamente confuse e gli assalti erano divenuti sempre più difficili da coordinare. Il tiro delle frecce ad angolo basso, dirette verso il selvaggio scontro corpo a corpo che avveniva sul crinale avrebbe provocato molte perdite, sia sassoni che normanne).
Lo stratagemma funzionò. L'improvvisa ed inaspettata pioggia di frecce verticale provocò gravi perdite tra i ranghi posti dietro il muro di scudi, e ciò, unito alla continua pressione sul fronte, costrinse alla fine la linea inglese a cedere. La ben nota storia che vede Aroldo colpito nell'occhio da una di queste frecce probabilmente discende da un errato riferimento ad una sezione dell'Tapisserie de Bayeux dovuto ad un autore circa trent'anni dopo. E', forse, più probabile che il sovrano inglese venne abbattuto dai cavalieri normanni. Un racconto narra di un gruppo di venti cavalieri che, al culmine della battaglia, tentarono di farsi strada con la forza tra le linee inglesi verso dove Aroldo e le sue guardie del corpo stazionavano a difesa degli stendardi. Solo due normanni - Hugh de Montford e Walter Gilford - e due francesi - Eustace de Boulogne e Ivo de Pontieu - riuscirono a raggiungere Aroldo e manovrarono con lo scopo di ucciderlo. Ivo de Pontieu, si disse, andò a colpire ripetutamente il corpo di Aroldo dopo la sua morte, e per quest'azione spregevole venne espulso dall'esercito normanno.
In qualsiasi modo abbia incontrato la sua fine, la morte di Aroldo portò alla vittoria di Guglielmo. Qui e là piccoli gruppi di sassoni combatterono fino alla morte Gli huscarl sembra siano morti pressoché tutti, la maggior parte degli inglesi sopravvissuti fuggirono dal crinale verso la salvezza nella foresta di Andredsweald. Il campo di battaglia veniva avvolto dal buio quando i normanni sopraffecero le ultime sacche di resistenza, e venne organizzato da Eustace de Boulogne un inseguimento del nemico battuto che terminò rapidamente quando un gruppo di cavalieri diretti verso la foresta di Andredsweald cadde a capofitto dentro una selvaggia e profonda gola. Le perdite normanne, accresciute a causa delle pietre e delle lance scagliate dagli inglesi che si erano provvisoriamente radunati sull'altro lato del crinale, furono così grandi che il luogo divenne noto come il "Malfosse" o "Fossato della disgrazia".
Dopo la battaglia, Guglielmo si inginocchiò a ringraziare per la vittoria duramente conquistata; quindi ordinò che la sua tenda fosse innalzata sul pendio dove i morti erano più numerosi, vicino al luogo dove erano piantati gli stendardi di Aroldo. Nessuno degli esausti vincitori che passarono la notte su questo terrificante crinale - da quel momento conosciuto come la collina di Senlac - poteva essersi reso conto che avevano praticamente conquistato l'Inghilterra con un sol colpo. Gli inglesi sarebbero stati incapaci di trovare un capo per rimpiazzare l'uomo il cui corpo sfigurato dalla battaglia giaceva ora tra quelli dei suoi prodi huscarl; il giorno di Natale del 1066, Guglielmo di Normandia ottenne la corona che aveva così a lungo agognato.